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Ior, fuga di capitali verso la Germania. Svuotati i conti italiani

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/06/ior-fuga-di-capitali-verso-germania-svuotati-conti-italiani/703197/

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Ior, fuga di capitali verso la Germania.

Svuotati i conti italiani

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In poco meno di quattro anni, la banca vaticana ha spostato all’estero circa mezzo miliardo di euro depositati negli istituti di credito del nostro Paese. Le indagini della Guardia di Finanza hanno portato alla luce ingenti trasferimenti soprattutto verso la Deutsche Bank tedesca

di Marco Lillo e Valeria Pacelli | 6 settembre 2013

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Più informazioni su: BancheGermaniaGuardia di FinanzaIorVaticano.


Eccola la fotografia di una delle più grandi fughe di capitali mai realizzate: quella dello Ior ricostruita nero su bianco dal Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza guidato dal generale Giuseppe Bottillo.

Poco meno di mezzo miliardo di euro è sparito dalle banche con sede nel nostro paese in tre anni e nove mesi, dal 2009 al settembre del 2012, dai conti correnti dello Ior, l’Istituto per le opere di Religione. La Guardia di Finanza ha ricostruito il dare e l’avere dei conti intestati alla banca del Vaticano in Italia scoprendo che sui dieci conti Ior accesi in nove istituti (due dei quali sono filiali italiane di banche estere, JP Morgan e Deutsche Bank) in tre anni e 9 mesi sono entrati 3 miliardi e 377 milioni di euro ma ne sono usciti molti di più.


E hanno preso la strada della Germania. L’informativa è stata consegnata il 7 giugno scorso ai pubblici ministeri Nello Rossi, Stefano Pesci e Stefano Fava. La Procura di Roma che indagava già sulla violazione delle disposizioni antiriciclaggio previste dall’articolo 55 comma 2 e 3 del decreto 131 del 2007 da parte dell’allora direttore generale dello Ior Paolo Cipriani e dell’allora vicedirettore Massimo Tulli, ha iscritto a loro carico un secondo e separato procedimento. Poche settimane dopo la consegna dell’informativa, a seguito del rinnovamento introdotto da Papa Francesco, i due dirigenti indagati hanno lasciato l’istituto.

Nell’informativa i finanzieri segnalano numerose operazioni ai pm e scrivono: “E’ bene rappresentare come lo Ior, nel corso degli anni dal 2010 al 2012, abbia progressivamente concentrato all’estero la propria operatività, trasferendo presso la Deutsche Bank AG – Germania le somme depositate presso le banche italiane. La circostanza coincide temporalmente con le considerazioni della Banca d’Italia del 18 gennaio 2010 circa ‘la posizione dell’istituto vaticano modificata ai fini antiriciclaggio”. Appena lo Stato italiano ha cominciato a fare sul serio il Vaticano ha spostato in Germania i soldi.

Nel periodo registrato, per esempio, il conto Ior acceso alla filiale della Banca del Fucino ha registrato entrate per 275 milioni ma uscite per 378 milioni; quello della ex Banca di Roma di via della Conciliazione, ora Unicredit, è stato uno dei più attivi. Si registrano 930 milioni di entrate in tre anni ma anche uscite per 948 milioni. Fino a quando il 30 settembre 2011, il conto si è azzerato ed è stato chiuso per sempre; alla Bpm invece lo Ior ha adottato una tecnica di svuotamento ancora più brutale: solo 10 milioni di entrate e ben 133 milioni di uscite; il conto alla Bnl ha registrato solo uscite per 10 milioni.

Diverso il discorso per le filiali delle due banche straniere ma operanti in Italia con società localizzate nel nostro paese. Lo Ior a un certo punto ha pensato di evitare le nostre occhiute autorità (Bankitalia e Procura) spostando l’operatività presso l’unica filiale della banca Jp Morgan a Milano.

Così nell’istituto americano si sono registrate entrate per un miliardo e 361 milioni di euro. Ma per non lasciare un solo euro sotto la vigilanza della Banca d’Italia ogni sera il conto era riportato a zero. Fino a quando (dopo le ripetute richieste di informazioni della banca americana allo Ior sui reali intestatari dei fondi, tutte senza risposta adeguata da parte del Vaticano) il conto è stato svuotato e chiuso il 30 marzo 2012.

Dopo l’indagine, la Deutsche Bank filiale italiana ha continuato ad operare (dopo il primo giugno del 2010) solo per l’incasso dei pos dei bancomat installati dentro la Città del Vaticano. Gli incassi poi erano “sistematicamente prelevati”, scrive la Guardia di Finanza, “dallo Ior attraverso operazioni di giroconto verso la Banca del Fucino e Deutsche Bank AG – Germania.

Successivamente – proseguono le Fiamme gialle – la Banca d’Italia ha deciso di sospendere il servizio fornito dalla Deutsche Bank nonché di respingere la richiesta di ‘sanatoria’ mancando la necessaria autorizzazione. Il provvedimento ha comportato l’interruzione dei rapporti dello Ior con Deutsche Bank Spa dove giacciono anche in questo caso somme inutilizzate” per l’esattezza 97 milioni di euro al 31 agosto 2012.

I due conti Ior presso Banca Intesa hanno registrato 529 milioni di euro di entrate e 423 milioni di uscite, i due conti del Credito Artigiano hanno registrato 96 milioni di euro di entrate e 69 milioni di uscite. Le altre due banche ad avere registrato più entrate che uscite sono quindi Banca Intesa che oggi ha un saldo finale di 30 milioni e la Banca Desio che ha registrato 2 milioni di entrate in più delle uscite.

Alla fine di questa sarabanda miliardaria, dove sono i ‘pochi’ soldi del Vaticano in Italia? Alla data di settembre 2012, oltre ai 30 milioni di Bankintesa, ci sono 97 milioni depositati presso Deutsche Bank e altri 29 milioni al Credito Artigiano, 10 milioni al Banco Desio e 2 milioni alla Banca del Fucino. In tutto sono circa 169 milioni di euro disponibili. Spiccioli al confronto di quelli nascosti nella cassaforte del Vaticano, in Svizzera e soprattutto in Germania, terra di Benedetto XVI e dei suoi consiglieri più fidati in materia.

da Il Fatto Quotidiano del 6 settembre 2013

LA MAFIA FINANZIARIA DEI LEGIONARI DI CRISTO

LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE:

ECCO QUI LA CHIESA POVERA DI FRANCESCO,

L’ULTIMO PAPA.

IL PIÚ BUGIARDO.

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http://www.m-x.com.mx/2013-06-09/la-mafia-financiera-de-los-legionarios-de-cristo-int/

La mafia finanziaria dei legionari di Cristo

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La mafia

finanziaria

dei legionari di Cristo

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Si sa giá che Marcial Maciel Degollado ha dedicato la sua vita a compiti poco spirituali –molestare sessualmente bambini e giovani, tra gli altri–, ma poco si conosce di un’altra faccia: quella dell’ uomo dotato del talento ineguagliabile per creare un’ organizzazione finanziaria internazionale, diversificata, complessa, multimilionaria, che fa dei Legionari di Cristo una mafia finanziaria.

Di Raúl Olmos

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Maciel ed il suo gruppo piú vicino hanno creato decine di aziende, fondazioni,

associazioni, collegi ed universitá, per mezzo delle quali ottegono

donazioni per 2 mila 300 milioni di pesos all’anno.

Di piú: hanno creato un fondo di investimento in Lussemburgo per gestire milioni di dollari ed hanno fatto, con la Banca Compartamos, un’ autentica macchina per fare denaro a spese dei messicani di minori ingressi. Lo diceva giá Maciel: “Non c’é miglior affare che i poveri”. Qui i dati, le date, i nomi e le quantitá di questa grande rete.

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Agitando il suo dito indice, Marcial Maciel Degollado ordinó al recente eletto vicario generale dei Legionari di Cristo: “Giá sapete, solo investimenti tripla A”.

–Nostro padre, gli investimenti tripla A sono molto sicuri peró rendono poco– gli illustró José Blum Pérez, il quale operava come amministratore generale della Legione.

–Salvo gli investimenti tripla A in armi e pornografia– rispose, sornione, Maciel.

La trovata del loro patriarca provocó uno scoppio di risa spontanee tra i sacerdoti riuniti al terzo piano della sede dei Legionari di Cristo a Roma, ubicata sulla Via Aurelia 677.

“Giá lo sapete: solo investimenti tripla A”, biascicó Maciel tra le risa, in un ordine diretto al padre Blum e a Luis Garza Medina, il cervello finanziario della Legione, il quale un paio di giorni prima era stato designato vicario generale della congregazione.

I tre uomini piú poderosi dei Legionari di Cristo –Maciel, Garza e Blum– si erano riuniti nel pomeriggio del 16 di dicembre del 1992 in una sala di fronte alle stanze di  Maciel, per parlare del futuro finanziario dell’ordine. Tutti vestiti con la sottana, ad alcuni passi dalla stanza ed ufficio del padre Blum, scambiavano opinioni sulle migliori alternative di investimento per i multimilionari ingressi che annualmente otteneva la Legione dalle donazioni e attraverso le sue centinaia di collegi e di aziende immobiliari.

Il tema spirituale passó quel giorno in secondo piano, dovuto a fatto che erano alla vigilia di essere ricevuti in udienza dal papa Giovanni Paolo II per concludere il vertice dei legionari in Roma, nel cosiddetto Secondo Capitolo, nel quale Maciel –in quel momento di 72 anni– venne rieletto come superiore generale.

Questo lo sa bene il sacerdote Pablo Pérez Guajardo, testimone oculare della chiacchierata nella quale il fondatore dei Legionari di Cristo “suggerí” di investire nelle industrie porno e delle armi.

“C’eravamo Maciel, il padre Luis Garza Medina, il padre Blum ed io, in un secondo piano perché stavo riuniendo i fogli della riunione che loro avevano celebrato”, ricorda Pérez Guajardo, che ha fatto parte per 39 anni dell’ordine e in quel tempo era assistente dell’amministratore generale. E, per l’esperienza di convivere per piú di tre decadi con loro, sapeva che non era una battuta di Maciel. “Ció che considerava piú importante, lo ricalcava; era la sua maniera di mettere in chiaro quello che voleva. Cosí che il fatto di ricalcare ‘solo investimenti tripla A’ era un’ ordine”. Gli argomenti divini potevano aspettare,  ma non poteva aspettare l’aspetto terreno di decidere come e dove investire centinaia di milioni di dollari.

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Agli occhi di qualunque bancario, Marcial Maciel aveva buone ragioni per preoccuparsi di ottimizzare al massimo gli investimenti della complessa struttura aziendale e finanziaria tessuta intorno ai Legionari di Cristo. La segretezza che avvolge le finanze legionarie ha impedito conoscere le proporzioni del potere economico dell’ordine. Fino adesso.

I documenti interni della Legione ed i rapporti ufficiali della Segreteria d’Azienda, ottenuti da emeequis cominciano a dare forma a questa nebbia: i Legionari di Cristo ricevono –solo in Messico– 2 mila 300 milioni di pesos annuali per mezzo delle loro scuole, fondazioni, immobiliari e aziende.

E una buona parte di questo denaro sono donazioni –deducibili dalle imposte – raccolte attraverso 55 organizzazioni “filantropiche”, educative ed immobiliari che nascono dalla Legione di Cristo (vedere tabella annessa) e si estendono da tutte le parti.

Questo mezzo centinaio di organizzazioni legionarie hanno ricevuto donazioni per quasi 4 mila 500 milioni di pesos nel periodo 2009-2012, secondo i rapporti ufficiali della Segreteria d’Azienda consegnati in risposta alle domande di accesso all’informazione. Cosí che il gruppo aziendale dei legionari ha ottenuto una media di 1.125 milioni di pesos all’ anno, quantitá superiore alle vendite di 24 delle 500 aziende messicane piú grandi elencate da Expansión nel 2012.

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Un buon affare.

Il gruppo aziendale dei legionari ha ottenuto in media 1.125 milioni di pesos all’ anno

Le donazioni ottenute equivalgono alle vendite annuali delle amministratrici dei fondi per la pensione di Banorte e Principal, e sono superiori a quelle di Invercap. Superano anche le entrate dell’Amministrazione Portuale di Manzanillo, il principale punto di commercio estero del Messico con l’Asia, e sono alla pari di quelle del porto di Veracruz.

Alle donazioni bisognerá sommare le entrate dalle iscrizioni scolastiche dei piú di 100 mila alunni –dall’asilo fino alle superiori– che frequentano le loro scuole in 18 paesi attraverso il Consorzio Educativo Anáhuac. Un rapporto ufficiale della Fondazione Altius, organizzazione internazionale creata dai Legionari di Cristo, evidenzia che il 49 per cento degli ingressi della congregazione  corrispondono a donazioni e che il 51 per cento restante derivano dalle iscrizioni degli alunni, da programmi di cooperazione con imprese o istituzioni e attivitá realizzate da centinaia di organizzazioni legionarie.

Come dire che le entrate annuali della Legione in Messico ammontano a quasi 2 mila 300 milioni di pesos. Se fossero un’azienda normale, i Legionari di Cristo non avrebbero alcun problema ad entrare nella lista delle aziende piú poderose del paese.

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Pablo Pérez Guajardo ha collaborato senza interruzioni nella sede della direzione generale dei Legionari di Cristo, in Roma, dal 1986 al 2007. Era assistente del sacerdote José Blum Pérez, il quale svolgeva il ruolo di amministratore della Legione. Con lui collaboravano, nello stesso ufficio, il sacerdote irlandese Michael Greely (oggi legionario in Messico), lo spagnolo Rafael Pascual (attualmente professore nell’Ateneo di Roma) e Jesús Villagrasa, anch’egli spagnolo e consigliere della Direzione Generale. Tutti loro si facevano carico dell’amministrazione e, allo stesso tempo, studiavano filosofia e teologia. A Pérez Guajardo é toccato vivere nella sede dei legionari la crisi per lo scandalo di pedofilia di Marcial Maciel.

Fu testimone del fatto che il fondatore dei legionari non obbedí all’ordine del papa Benedetto XVI il quale, nel maggio del 2006, gli ordinó di ritirarsi ad una vita di orazione e penitenza, poiché Maciel continuó a vivere nella sua residenza in Roma comportandosi come il leader dell’organizzazione. Poi, nel 2007, il sacerdote Pérez Guajardo fu inviato in Messico, dove gli affidarono la gestione della parrocchia di Cancún, Quintana Roo. Deluso dalla mancanza di appoggio e dalla tolleranza dei legionari agli abusi di  Maciel, decise di lasciare  l’ordine alla fine del 2012. E conosce bene le fonti da dove escono i milioni di dollari dei Legionari di Cristo.

–Dove finiscono le donazioni che ricevono i Legionari di Cristo?

–La Legione –spiega in un’intervista a emeequis– funziona come un’azienda (al principio si chiamava Horizons Inc.), che viene quotata nella borsa valori e vende azioni. I capi legionari vivono come Maciel, con hotel, veicoli ed abiti di lusso.  Sono dirigenti ed hanno nelle loro squadre laici ben pagati, come quelli del Gruppo Integer, Fondazione México Unido e Fondazione Altius.

–Sa se nella Legione esiste o é esistito qualche meccanismo per assistere le imprese nell’evadere le imposte attraverso le donazioni?

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–La Legione é servita per lavare il denaro di aziende e dittature come quella di Pinochet. Quelli che hanno il denaro “donano” alla Legione, che invia il denaro allo IOR –Banca Vaticana–, da lí passa il denaro in Svizzera o in Liechtenstein.

Con il principe del Liechtenstein sono stati armati vari progetti bancari. La Legione ha varie associazioni civili e istituzioni di assistenza privata che possono dare ricevute deducibili dalle imposte. La “Mega missione” della Settimana Santa realizzata da Juventud y Familia Misionera é un altro gran affare. Secondo dati ufficiali, partecipano 10 mila persone e ciascuna paga un’inscrizione di mille pesos. Un altro affare é la Fondazione Lazos per aiutare le scuole povere. In tutti i casi arriva una minima parte ai bisognosi.

–Ha conosciuto qualche caso concreto di donazioni utilizzate per fini distinti?

–La Legione ha un sistema di amministrazione centralizzato. Pertanto, tutto, tutto, tutto quello che entra va a Roma e da lí viene distribuito secondo i preventivi consolidati. Le donazioni sono una maniera per ottenere denaro, non si applicano per il fine presentato.

–Vengono destinati ad opere sociali?

–Le opere sociali sono affari. Secondo quanto diceva il padre Maciel, non c’é miglior affare che i poveri. Prova del fatto che non c’é azione sociale dei legionari é la prelatura di Cancún-Chetumal. Nel 1970 il papa Paolo VI ha affidato ai legionari il territorio di Quintana Roo. Dopo 43 anni, nessuno dei due vescovi parla maya, nessun legionario nel mondo parla maya. La zona maya di Quintana Roo é in completo abbandono pastorale.

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Che i poveri siano un buon affare lo sanno bene nella Banca Compartamos, la leader indiscussa di ció che gli specialisti chiamano “microfinanziere”, entitá specializzate nell’assegnazione di crediti in piccola entitá. Le microfinanziere assistono un gruppo di utenti che non ha accesso ai servizi finanziari normali. Il settore della popolazione che le banche tradizionali non hanno voluto assistere é risultato essere un gran affare: le microfinanziere coprono un mercato di 12 milioni di messicani, famiglie di basse entrate.

Una delle aziende piú rappresentative di questo fenomeno é la Banca Compartamos. I suoi critici dicono che ha prostituito il concetto di creare una banca per i poveri, come lo ha concepito Muhammed Yunus, Premio Nobel per la Paz 2006 precisamente per avere fondato in Bangladesh una banca per gente che non é soggetto regolare di credito.

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Garza Medina ha dato forma ad un braccio finanziario che gli permetteva di investire considerabili risorse proprie e altrui in azioni di borsa in tutto il mondo. Gli ha messo nome Integer Ethical Funds

Compartamos conduce la trattativa come qualunque banca ordinaria: cerca il beneficio degli investitori, non dei clienti. Lavora con piccoli prestiti realizzati a debitori troppo poveri perché gli concedano credito in una banca tradizionale. In teoria aiutano molte persone senza risorse a finanziare progetti produttivi per conto proprio.

Con questa filosofia é cominciata come una organizzazione non governativa, fondata da un gruppo cattolico chiamato Gente Nueva, e per molto tempo ha seguito i precetti della Banca dei Poveri, la Grameen Bank di Muhammed Yunus, la microfinanziaria di maggior successo del mondo.  Peró Compartamos é oggi una societá commerciale con fini di lucro che viene quotata nella Borsa Valori Messicana, molto lontano da questi primi ideali. É considerata l’ istituzione di microfinanza piú grande dell’America Latina e la banca piú redditizia nel territorio nazionale.

Chiede interessi che vanno dal 4 al 6 per cento mensili (fino al 70 per cento annuali), o ció che equivale: tra 13 e 20 volte di piú dell’inflazione mensile media riportata dal Banco de México. Questo l’ha resa polemica. Per questo Yunus, il gurú dei microcrediti, ha accusato in un viaggio che fece alcuni anni fa in Messico: “Se una banca convenzionale facesse pagare le stesse tasse di Compartamos, cosa succederebbe? Verrebbe linciata! Peró se si tratta di prestare ai poveri, in qualche maniera risulta accettabile in Messico. Se il Banco de México, per esempio, aumentasse un quarto di punto il tasso d’interesse, si starebbero scrivendo editoriali e alzando la voce. Peró verso le tasse che si fanno pagare ai poveri c’é una totale insensibilitá”.

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“Non c’é miglior affare che i poveri”, sentí dire a Marcial Maciel il sacerdote Pérez Guajardo, peró la frase non aveva un senso retorico. Maciel aveva scoperto decenni fa che i poveri, nonostante le loro risorse enormemente limitate, potevano essere un gran affare. Per questo fu creata la Banca Compartamos, uno dei pezzi chiave in questo labirinto interminabile di societá, fondazioni ed aziende che costituiscono il centro nevralgico del potere economico della Legione.

Vedrete presto quanto complesso é questo grappolo di nomi e sigle, anche se alla fine tutti arrivano ad un punto nero: i Legionari ed il suo superiore generale. L’origine centrale della banca legionaria si trova nella associazione civile Compartamos, fondata nel novembre del 1998 da José Ignacio Ávalos Hernández, presidente di Un Kilo de Ayuda (Un Chilo d’Aiuto), organizzazione e marca di proprietá dei legionari. La marca é registrata da Promoción Bundoran, azienda il cui consiglio d’amministrazione era diretto fino a poco tempo fa dalla cupola piú vicina a Marcial Maciel: i sacerdoti Luis Garza Medina, Evaristo Sada Derby e Álvaro Corcuera.

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Banca Compartamos

Il 30 di ottobre dell’ anno 2.000 Compartamos AC si é integrata come azionista di maggioranza a Financiera Compartamos SA.

Ávalos Hernández svolgeva il doppio incarico di presidente di Un Kilo de Ayuda e di Compartamos AC. Come segretario figurava un altro legionario: Armando Olivieri Sangiacomo, il quale fungeva da amministratore legale di Cobreces, SC, l’azienda che controllava il franchising dei collegi Del Bosque ed era proprietaria della marca Regnum Christi, movimento sotto il quale si integrano le 500 consacrate laiche.

Compartamos AC é nata con un capitale di soli 4 mila pesos, che due anni dopo si erano moltiplicati quasi per 5 mila. Il 30 di ottobre del 2000, Compartamos AC si integró come azionista maggioritario di Financiera Compartamos SA, con una esposizione di piú di 19 milioni di pesos, per rimanere con il 40 per cento del capitale totale. Il secondo azionista per importanza fu Accion Gateway Fund, organizzazione con sede negli USA dedicata ad appoggiare lo schema dei microcrediti. Ha apportato il 20 per cento del capitale. Altri 16 investitori hanno riunito il resto delle risorse, tra loro Carlos Labarthe Costas y José Luis Labarthe Hernández, membri della famiglia fondatrice del Collegio Kipling, gestito dai Legionari, cosí come Fernando Landeros, direttore di México Unido e presidente della Fondazione Teletón, entrambe organizzazioni legate alla Legione.

É stato tale il successo della Finanziaria Compartamos che alla metá di maggio del 2005 aumentó il suo capitale a 379 milioni di pesos. Un anno dopo, il governo di Vicente Fox autorizzó Compartamos a convertirsi in una banca, con un capitale di 427 millones. Ció che era nato come un’associazione altruista si é convertita in un piú che lucroso affare. Passarono alcuni anni di abbondanza e il 28 di aprile del 2009 avvenne un altro movimento nella societá mercantile.

Quel giorno venne formalizzato davanti ad un notaio pubblico il cambio di nome di Compartamos AC –principale azionista della banca– a Promotora Social México, AC. Il presidente di Un Kilo de Ayuda fu confermato nell’ assemblea come presidente della nuova organizzazione. Si consolidava come il vincolo diretto dei legionari nella banca.

Nonostante i Legionari di Cristo fossero giá entrati in una severa crisi per le ripetute rivelazione degli abusi sessuali commessi da Marcial Maciel su giovani seminaristi e dalla diffusione dei dettagli della sua “doppia vita”, i poveri non lo abbandonarono. I crediti alle famiglie messicane di piú basse risorse, e le more, e le multe per mancato pagamento che la Banca Compartamos gli fa pagare, hanno procurato le risorse ed il combustibile per far sí che, in soli 15 anni, il capitale con il quale é stata iniziata l’ organizzazione si moltiplicasse 342 mila volte.

Per l’aprile del 2013 Promotora Social México possedeva giá 544 milioni di azioni della banca –il 32.8 per cento del capitale –, con un valore di 1.368 milioni di pesos. I legionari consolidarono cosí una delle colonne delle finanziaria nazionale nella quale convertirono l’ordine: in Messico la banca ha giá 500 succursali, soprattutto nelle zone popolari, ed ha cominciato un processo di invasione ad altri paesi.

Il suo modello di microcrediti cari a gente povera é arrivato in America Latina. Nel 2011 ha aperto Compartamos Guatemala ed ha acquisito la Finanziaria Crear in Perú. Alla porta c’é l’espansione in Honduras, El Salvador e Panama, dove hanno giá registrato la loro marca. Inoltre, ha lanciato la Red Yastás, che offre pagamenti di servizi e ricariche di credito per il cellulare, e l’anno scorso ha organizzato Aterna, un nuovo servizio di microassicurazioni. Insiste il sacerdote Pérez Guajardo: “Per questo Maciel diceva che non c’é miglior affare che i poveri”. Questo diceva Marcial Maciel, i cui seguaci, in qualche momento, hanno sognato di canonizzarlo per essere un modello di cristianitá.

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É molto probabile che le lezioni di ingegnieria industriale alle quali Luis Garza Medina ha assistito all’ Universitá di Stanford abbiano contribuito a forgiare un pensiero organizzato, sistematico, come quello che si richiede per controllare un’intricata rete di decine di istituzioni ed aziende. Pelle bianca, lineamenti fini, viso lungo, pettinato con la riga da una parte, Luis Garza Medina sembra un seminarista tranquillo e con una certa aria angelicale, ma dietro a questa immagine si nasconde un sofisticato cervello capace di articolare complesse operazioni finanziarie in vari continenti.

Educato in seno ad una famiglia milionaria nella quale l’ottenimento di guadagni si é convertito in un obiettivo di vita, Garza Medina ha dato mostra del carattere impresariale ereditato da una delle famiglie fondatrici del Gruppo Monterrey e in tenera etá si convertí in un pezzo chiave nei piani di Marcial Maciel. Uno degli otto figli del clan Garza Sada –suo fratello Dionisio, il maggiore della prole, era fino a poco tempo fa presidente del Grupo Alfa –, Luis fu accolto nel primo circolo del fondatore dei legionari molto presto: a 32 anni era giá vicario generale dell’ordine, un autentico numero 2 con ampissimi poteri.

Maciel Degollado non si sbaglió nell’eleggerlo. Garza Medina mise in luce le sue doti e fu il creatore di una delle reti finanziarie-aziendali piú redditizie che mai si erano conosciute dentro alla chiesa cattolica. La mano finanziaria dei Legionari ha cominciato a operare a metá degli anni ottanta attraverso una azienda centrale chiamata Horizons Inc, creata nel 1987 e la cui sede si trovava in Connecticut, dove i legionari avevano edificato il loro primo seminario negli USA. Con gli anni, vennero chiuse alcune aziende e ne vennero aperte altre che le sostituivano. In conseguenza allo scossone del 2006 per lo scandalo della pedofilia di Maciel, c’é stato un riordino nella struttura aziendale della congregazione. Alcune aziende si estinsero e furono create altre, per sostituire le loro attivitá.

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Marcial Maciel

Le opere sociali sono affari. “Non c’é miglior affare che i poveri”.

Le nove sorelle

Queste sono alcune delle societá legate organicamente ai Legionari di Cristo. Attraverso esse si muovono considerevoli risorse dell’ordine.

1.- Investigación y Estudios Superiores, SC (Ricerca e Studi Superiori SC)

(Gestore dell’Universitá Anáhuac). É stata creata come associazione l’ 8 di ottobre del 1979. Si é trasformata in azienda il 9 di febbraio del 1987.

Soci:

Centro de Actualización y Planeación Pedagógica, SC  99.9%

Familia Mexicana, SC   0.1%

2.- Centro de Actualización y Planeación Pedagógica  (Centro di Attualizzazione e Pianificazione Pedagogica)

É stata creata il 25 di febbraio del 1975. Il 9 di febbraio del 1987 si é transformata in Associazione Civile.

Soci:

Centro de Educación y Cultura Aguilar y Seijas, SC  99.9%

Investigaciones y Estudios Superiores, SC  0.1%

3.- Mano Amiga, SC (Mano Amica, SC)

É stata registrata come associazione civile il 20 di agosto del 1965. Si é trasformata in azienda il 23 di febbraio del 1987

Soci:

Associazione culturale Cobreces, SC  99.9%

Los Cafetos, SC 0.1%

4.- Asociación cultural Cobreces, SC (Associazione culturale Cobreces, SC)

É stata costituita il 21 di maggio del 1981. Si é trasformata in associazione civile il 6 di marzo del 1987

Soci:

Associazione Culturale Suances, SC 99.9%

Instituto Cumbres de Saltillo 0.1%

5.- Promoción Bundoran. (Collegio Irlandese)

É stata costituita l’ 8 di settembre del 1978 con il nome Fut Can Cun. Il 27 di febbraio del 1987 si trasformó in associazione civile e cambió il suo nome a Promoción Bundoran.

Soci:

Desarrollo Integral Comillas, SC  99.9%

Instituto Cumbres de Quintana Roo SC  0.1%

6.- Bermúdez Mascareñas, SC

L’associazione é stata costituita il 13 di novembre del 1965. Si é trasformata in associazione civile il 6 di ottobre del 1988

Soci:

Bundarán SC   99.9%

Centro de Educación Juvenil SC  0.1%

7.- Fidelis SC

É stata costituita il 24 di gennaio del 1986

Soci:

Jaime Pérez Guajardo   50%

(Direttore dell’ Istituto Superiore di Scienze Religiose)

Guillermo Cumming Ortega  50%

(Rappresentante della Fondazione Altius in Roma)

8.- Estudios Integrados, SC

É stata costituita il 17 di settembre del 1964 come associazione e si é trasformata in associazione civile il 27 di febbraio del 1987.

9.- Cámecuaro, S.C.

É stata creata il 21 di ottobre del 1964 e il 23 di febbraio del 1987 si é trasformata in associazione civile. Gestisce il Centro di educazione e Cultura Ajusco (CEYCA)

*Fonte: elaborazione propria con dati del Registro Pubblico della Proprietá

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Nel centro della strategia Medina Garza collocó quindi un’ istituzione che serve per gestire multimilionarie risorse ed ottenere elevati guadagni: il Gruppo Integer, la holding che opera come tesoreria e attraverso la quale si articola la gestione della rete di scuole, collegi e universitá che i legionari hanno in Messico e nel mondo. Ed utilizzando il gruppo come ombrello, Garza Medina ha dato forma a un braccio finanziario che gli permette investire considerevoli risorse proprie e altrui in azioni di borsa in tutto il mondo. Gli ha messo nome Integer Ethical Funds (IEF), lo ha costituito il 15 di maggio del 2007 e lo ha dotato di un capitale iniziale di 1 milione 250 mila euro.

Con uffici nel numero 1 del Boulevard Royale in Lussemburgo, un paese che é ancora considerato un paradiso fiscale agli effetti pratici, il fondo di investimento é il risultato di un’alleanza aziendale tra il Fidelis Internacional Institute, organizzazione controllata dalla Legione, e la banca privata Pictet, con sede in Ginevra, Svizzera, una delle istituizioni nelle quali Raúl Salinas de Gortari (Presidente della Repubblica messicano che, in tempi molto recenti, ha derubato senza limiti il popolo messicano lasciando la presidenza ed il paese all’orlo del collasso economico e relegando il Messico a paese del terzo mondo a prescindere dalle sue enormi potenzialitá -ndt) ha depositato milioni di dollari negli anni novanta.

Diretto da due esponenti di rilievo dei legionari, l’ Integer Ethical Funds avverte che riunisce risorse che verranno investite “con valori giudeo-cristiani” in aziende che compiano con questi stessi valori e che, allo stesso tempo, producano “risultati finanziari eccezionali”. Garza Medina ha applicato una visione unica: ha creato lo strumento ideale per raccogliere migliaia di milioni di dollari di proprietá di un’infinitá di ordini religiosi che si sentiranno a loro agio nell’affidare la loro fortuna a quella che, di fatto, é una banca di investimento con presunti valori cristiani. Per far sí che non ci fossero dubbi su questo, il IEF ha definito fin dall’inizio che tipo di clienti voleva, coloro che ha chiamato “investitori idonei”: fondazioni e congregazioni religiose, organizzazioni senza fini di lucro e beneficenza cristiana e organizzazioni “coscienti di valori etici”.

Una volta ottenuti le risorse, il IEF si incaricava di investirle in azioni di aziende, in valori di governo ed anche attraverso intermediazioni finanziarie e mercati di divise. E fissava, paradossalmente, nove “principi etici” che guidavano le loro politiche di investimento. Secondo loro, i fondi non verrebbero mai utilizzati per comprare azioni di aziende che fossero vincolate con “violenza contro la vita umana e la strumentalizzazione della procreazione” o con la “violazione dei diritti dei lavoratori”.

Inoltre, in linee guida approvate da Marcial Maciel, si stabiliva che i fondi non sarebbero nemmeno destinati a aziende legate “allo sviluppo, produzione e vendita di armi”, né che avessero “relazioni con la pornografía”, o che inducessero al “consumo incontrollato di alcool e tabacco”. Nemmeno, naturalmente, a quelle che si relazionassero con “frodi, lavaggio di denaro, corruzione e attivitá simili”. E in quanto alla possibilitá di destinare i guadagni ad opere sociali, il fondo era molto chiaro: il fondo puó donare fino ad un 5 per cento dei suoi guadagni annuali ad instituzioni senza fini di lucro, sempre e quando la rendita superi le mete stabilite per piú di un 5 per cento.

* * *

Atti costitutivi di diverse aziende vincolate ai Legionari, delle quali emeequis ha ottenuto una copiamostrano il peso e l’impronta di Luis Garza Medina (del quale una sorella, Paulina, é una consacrata del movimento laico Regnum Christi) come il gran maestro delle finanze legionarie. Per esempio, tra il giugno del 1999 e l’aprile del 2000, ha ordinato movimenti in differenti aziende per collocare sacerdoti vicini a Marcial Maciel come responsabili della gestione di conti bancari e di valori.

Esempio numero 1: Garza Medina ha presieduto il 16 di luglio del 1999 la riunione del Consiglio di Amministrazione  del Centro di Attualizzazione e Pianificazione Pedagogica, S.C., azienda proprietaria –tra gli altri attivi– della rete di collegi “Cumbres”. Nella sessione venne confermato Garza Medina come presidente e vennero nominati membri del consiglio i sacerdoti Evaristo Sada (cugino di Garza Medina), Juan Manuel Dueñas e Álvaro Corcuera, tutti uomini vicini a Maciel.  E si accordó inoltre di dare poteri speciali per investire in banche e case di borsa ai sacerdoti Eloy Bedia Diez e Octavio Acevedo Marín.  Diedero anche poteri per aprire conti bancari ed amministrare i fondi dell’azienda a Dermot Tenyson, professore dell’ Universitá Anáhuac e specialista in investimenti in borsa; allo spagnolo Alberto García, amministratore della rete di collegi Cumbres; e al sacerdote Jesús Torres, originario di Cotija, Michoacán, compaesano e uomo di totale fiducia di Maciel.

Esempio numero 2: un movimento simile fu realizzato il 21 di giugno ed il 12 di agosto del 1999 in Mano Amiga, S.C. ed in Promoción Bundoran, S.C., quando vennero dati poteri speciali a Eloy Bedia e Octavio Acevedo Marín, tra gli altri, “per negoziare, sottoscrivere e mantenere di fronte alle istituzioni e alle case di borsa di loro elezione i contratti di valori ed investimenti per la gestione dei fondi della societá”.

Esempio numero 3: gli stessi sacerdoti hanno ricevuto le stesse facoltá in una sessione ordinaria realizzata in aprile del 2000 nell’azienda Investigación y Estudios Superiores, S.C., gerente della Rete di Universitá Anáhuac.

In tutti i casi, i poteri li ha concessi Luis Garza Medina come Presidente del Consiglio di Amministrazione.

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Da dove proviene il denaro legionario?

Donazioni in natura    6%

Donazioni in valuta di Individui    43%

Entrate per programmi  di cooperazione e  istituzioni ufficiali     17%

Quote ed entrate generate dai progetti     26%

Altre entrate  8%

Con la caduta di Marcial Maciel ed il conseguente ridimensionamento del suo circolo piú stretto, Garza Medina ha perduto potere ed influenza: fu rimosso, anche se ufficialmente non fu cosí, e fu allontanato dalla nomenclatura dei Legionari di Cristo, dove era arrivato ad avere tre posizioni centrali: era vicario generale, con controllo assoluto e totale dell’amministrazione dell’ordine; era direttore territoriale per l’Italia, dove la congregazione ha la sua sede ed, infine, supervisionava il movimento Regnum Christi. Dopo l’ispezione, per istruzione del Vaticano, alla quale fu sottoposto l’ordine, Garza Medina fu ridimensionato e inviato alla direzione territoriale legionaria negli USA. Anche cosí la sua influenza é ancora innegabile: sa Dio come lo ha fatto peró ha manovrato per ottenere che l’ Universitá Interamericana per lo Sviluppo (UNID) rimanesse, letteralmente, in famiglia. Con operazioni in 24 stati della Repubblica Messicana e con 25 mila alunni, la UNID é stata venduta nel marzo scorso, per una quantitá non rivelata, ad un gruppo di impresari capeggiati da Dionisio Garza Medina, suo fratello maggiore, il quale recentemente ha acquisito anche l’ Universitá Regiomontana.

La vendita dell’ universitá ha provocato fastidio nella congregazione, tanto che persino il sacerdote Peter Byrne ha inviato una lettera ai suoi superiori della Legione per esprimere la sua collera. “Sembra che abbiamo cambiato una cupola per un’altra e che la cultura “caciquesca” (dei “caciques”,  i capi assoluti delle tribú indie del Centro e Sud America -ndt) iniziata dal padre Maciel continui a regnare in questa congregazione”.

“Perché ha dovuto essere la UNID? Sará perché lí si educano solo i figli degli impiegati ferroviari e i figli dei falegnami?”,  ha questionato Byrne. Nessuno gli ha risposto. Non ha avuto risposta nemmeno l’informazione pubblicata dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, secondo il quale Dionisio Garza Medina é uno degli impresari messicani che appaiono sulla lista di personaggi di 170 paesi che evadono il pagamento delle imposte mantenendo conti in paradisi fiscali. L’indagine, realizzata da dozzine di giornalisti in vari continenti, in quella che chissá sia l’iniziativa globale piú importante della storia, ha messo in luce che l’ex presidente del Gruppo Alfa evade il pagamento delle imposte per mezzo della firma Vercors Private Limitedche opera in Singapore dal 2005 nel ruolo di investitore.

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Il sacerdote Pablo Pérez Guajardo si stancó dei legionari dopo 39 anni ed abbandonó l’ordine nel 2012, deluso dalla mancanza di apoggio e per la tolleranza dell’ ordine agli abusi di Maciel.  Si é rifugiato nella diocesi di Saltillo, Coahuila, agli ordini del vescovo Raúl Vera, da dove esige ai legionari che gli consegnino i 7 mila dollari ai quali ha diritto per il ritiro, poiché desidera utilizzarli per lavorare nelle zone emarginate della capitale di Coahuila.

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Modus operandi finanziario.

Investono in azioni tripla A, le piú sicure. La Legione ha il 12 per cento delle azioni in TV Azteca, titoli in aziende e la compravendita di terreni.

Pérez Guajardo ha molte informazioni dei legionari, con i quali giá non si sente obbligato in niente.

–Che altri mezzi di finanziamento e raccolta di risorse hanno i Legionari?

capi legionari investono in azioni tripla A, che sono le piú sicure. La Legione ha un 12 per cento delle azioni in TV Azteca, titoli in diverse aziende e, naturalmente, la compravendita di terreni. Per far sí che abbiate un’ idea, tutto quello che oggi é Lomas Anáhuac erano terreni della Legione. Maciel compró tutta la collina a prezzo regalato per essere fuori dalla cittá, senza vie di comunicazione e agricola. Con i suoi contatti politici ha ottenuto di cambiarne la destinazione d’uso del suolo e comunicare la zona.  Con i suoi contatti religiosi ha ottenuto che questa zona non fosse dell’Arcidiocesi del Messico, ma di Tlalnepantla, in modo da non dover rendere conto all’allora arcivescovo, che era contrario ai legionari.

–Le iscrizioni ai collegi Cumbres e delle universitá Anáhuac sono contabilizzate come donazioni?

Vengono pagate dai genitori ma i collegi rimangono in rosso quando danno donazioni alla Fondazione Altius e finanziano viaggi studio a Roma. I collegi legionari non sono proprietari né dei terreni né dell’edificio; li prendono in affitto da un’altra societá immobiliare della Legione. Il nome commerciale non é il nome giuridico del collegio. Le iscrizioni alle varie scuole superano i 10 mila pesos mensili cadauna, mentre i salari del personale docente e non docente sono il minimo.

–Quali altre strategie aziendali utilizzano?

–Una delle strategie dalla Legione é affermare che ha problemi finanziari, che non c’é denaro perché ci sono molte vocazioni, perché aiuta le missioni maya in Quintana Roo, perché si sono abbassate le donazioni o esiste una crisi nazionale o mondiale. Dicono che non c’é denaro, ma nel 2011-2012 l’Universitá Interamericana per lo Sviluppo ha guadagnato 600 milioni di pesos. La Legione é padrona della Banca Compartamos e se facciamo un controllo all’Universitá Anáhuac e ad ogni collegio ci sorprenderemo per i guadagni. In Messico ci sono collegi legionari – che adesso si chiamano Rete di Collegi Semper Altius perché “legionari” é una marca bruciata– che fanno pagare 10 mila pesos mensili per gli studi.

–Quali altre vie usano per raccogliere fondi?

–Una delle strutture per  raccogliere denaro é la Fondazione Altius. Allo stesso modo come nel campo immobiliare, la Legione conta con una rete di associazioni che danno l’impressione di non avere niente in comune con essa. La maggioranza non ha connotazione religiosa, come la Fondazione Lazos. Altre hanno iniziato come aiuto e si sono convertite in autentici affari.

Le donazioni si canalizzano ad organismi legati ai legionari?

Ai legionari non importano i poveri. Qualche volta avete visto Fernando Landeros cambiare pannolini a un bambino del Teletón? Lo avete visto praticare terapie?

Garza Medina ha posto in luce le sue doti ed é stato il creatore di una delle reti finanziarie-aziendali piú redditizie che si siano mai conosciute nella chiesa cattolica

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LE DONAZIONI 2009-2012 (in pesos)

Queste sono le donazioni ricevute ufficialmente da 55 organizzazioni legate ai Legionari di Cristo

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*Fonte:       elaborazione propria con dati provvisti dalla Segreteria d’Azienda e Credito Pubblico  in

                              risposta  alla domanda di accesso all’informazione.

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Le entrate annuali della Legione in Messico ammontano a quasi 2 mila 300 milioni di pesos. Se fossero una corporazione normale, i Legionari di Cristo entrerebbero nella lista delle aziende piú poderose del paese.

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Perez Guajardo.

I legionari non perdono tempo con i poveri o con quelli della classe media. Eleggono i loro candidati tra i piú bianchi di carnagione.  La Legione si é convertita in una agenzia escort.

 

 

Quanti hanno visto un legionario attendere i bambini del Teletón? Si parla di Mano Amiga come di una scuola per poveri. Quanti legionari attendono i bambini poveri di Mano Amiga? I sacerdoti legionari stanno nei collegi ricchi e cari. Di piú, Mano Amiga é un collegio che comincia povero e diventa a pagamento, per la classe media. Questo schema é lo stesso che adesso sta usando il fratello di Luis Garza Medina, poiché il mercato dei bambini ricchi é limitato. In cambio, quello della classe media e medio bassa é enorme.

Non gli importa l’educazione né i bambini, é il denaro che li muove.  I legionari non perdono il tempo con i poveri o con quelli della classe media. Eleggono le loro vocazioni tra i più bianchi di carnagione. La Legione si è convertita in una agenzia escort. Ti affittano sacerdoti bellini e cari per i tuoi eventi sociali: matrimoni, funerali, prime comunioni. Il figlio di Carlos Salinas de Gortari si è sposato alcuni mesi fa ed ha avuto al suo matrimonio non un vescovo o un cardinale, ma un legionario: il sacerdote Jesús Quirce Andrés, rettore dell’Università Anáhuac.

* * *

Quando le rivelazioni sugli abusi sessuali commessi da Marcial Maciel si erano convertiti in un guaio già inoccultabile, la cupola dei legionari fece una riunione.  Gli uomini più vicini al fondatore si diedero appuntamento alle cinque del pomeriggio del 30 di marzo del 2006 in una residenza di Lomas de Tecamachalco per prendere decisioni urgenti nella struttura impresariale della Legione.

Il papa Benedetto XVI aveva ordinato di aprire un’indagine sugli eccessi e delitti di Marcial Maciel, che ha obbligato a rinunciare al sacerdozio.  Lo scandalo ha scosso la struttura impresariale della Legione di Cristo, poichè Álvaro Corcuera Martínez del Río, che è stato nominato successore di Maciel, era allo stesso tempo il presidente del Consiglio di Amministrazione delle aziende Centro de Actualización y Planeación Pedagógica, Investigación y Estudios Superiores (gerente dell’ Università Anáhuac), Promoción Bundarán (Colegio Irlandés) e Bermúdez Castañedas, S.C., tra molte altre.

Quando il papa ordinò il ritiro di Maciel ad una vita di orazione e penitenza, Corcuera ha assunto l’incarico di superiore generale dei Legionari di Cristo e si è visto obbligato a rinunciare al suo incarico aziendale.  La sua rimozione dalla Presidenza del Consiglio di Amministrazione dell’azienda amministratrice dei beni legionari fu fatta alla fine di marzo del 2006.

Nella sessione ordinaria del Centro de Actualización y Planeación Pedagógica, SC, fu nominato come nuovo presidente Gabriel Ramón Sotres Sainz e come membri del consiglio Óscar Nader Kuri, Javier Guadalupe García González ed Enrique Jiménez Esquivel, tutti sacerdoti legionari, molto vicini al loro defenestrato patriarca.

È stato il primo movimento per cercare di blindare il complesso finanziario-aziendale della Legione di fronte al temuto intervento del Vaticano.  Fino adesso, sette anni dopo quegli affrettati movimenti, lo hanno ottenuto: il potere economico dei Legionari di Cristo è quasi intatto.

Traduzione a cura di Crescendo in Grazia.

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VATICANO: L’IMPERO FUORILEGGE DEL MATTONE

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/03/vaticano-limpero-fuorilegge-del-mattone.html

18.3.13

VATICANO: L’IMPERO FUORILEGGE

DEL MATTONE

 

 l'impero del mattone 1

San Pietro – foto Gilan

di Gianni Lannes

In Italia la legge non è uguale per tutti. Le controprove? Un esempio a portata d’orizzonte. Il patrimonio di San Pietro: ancora e sempre esentasse. Uno Stato nello Stato tricolore che non paga nulla e vive in maniera parassitaria, succhiando il sangue degli ignari contribuenti, non solo mediante l’8 per mille, ma soprattutto attraverso ininterrotte elargizioni statali di denaro pubblico fuori controllo. Mica c’è solo l’Imu che non sborsano: non pagano neanche una tassa, né a titolo d’esempio il consumo di acqua o lo smaltimento dei rifiuti e la depurazione fognaria. Pagano sempre e soltanto quei fessi di italioti. Altro che crisi.

San Pietro, grazie alle strabilianti operazioni dello Ior - annessi e connessi in Italia e nel resto del mondo – vive di rendite, speculazioni ed affari con le mafie intercontinentali. A titolo di riferimento documentato: il 29 settembre 1978, l’allora Papa Giovanni Paolo I (Albino Luciani), si accingeva fare piazza pulita  licenziando in primis il gran corrotto monsignor Paul Marcinkus, a capo della banca vaticana in affari addirittura con Cosa Nostra. Invece, durante la notte tra il 28 ed il 29 settembre fu avvelenato da una dose di digitalina  - non lascia tracce nel sangue – che causò un infarto del miocardio. Insomma: una finta morte naturale. E così la potente massoneria eliminò chi voleva cambiare le cose. C’è un libro documentato sul caso dell’avvelenamento di Papa Luciani, scritto da David Yallop e pubblicato nel 1984 (a Londra dalla casa editrice Jonathan Cape), dal titolo In God’s name. 

Nel testo In nome di Dio, pubblicato nel 1997 in Italia dall’editore napoletano Tullio Pironti, a pagina 4 si legge: “Le prove che il Papa aveva raccolto mostravano che all’interno del Vaticano c’erano più di cento massoni, a partire dai cardinali fino ai preti, benché il diritto canonico stabilisca che l’appartenenza alla Massoneria comporta l’automatica scomunica. Luciani era inoltre preoccupato per una loggia massonica illegale che estendeva le sue radici al di fuori dell’Italia alla ricerca di denaro e potere. Era la P2″.

Il Pontefice era preoccupato da Marcinkus, Ortolani, Gelli e perfino Giulio Andreotti. I primi due li avrebbe subito allontanati se non fosse stato ammazzato.

Ricchissimi ieri - E’ scontata la sedicente “Santa Sede”. Perché? «Un quarto di Roma è in mano alle società ombra panamensi, del Liechtenstein, lussemburghesi, svizzere. Un altro quarto è di enti pubblici e dello Stato. Un quarto ancora è di privati grandi e piccoli. Ma l’ultimo quarto, forse il migliore, è nelle mani del Vaticano (…) Dare un valore commerciale a questo impero è impossibile. Ci si può trovare indifferentemente di fronte ad ettari di terreno edificabile o al palazzetto storico pronto alla ristrutturazione. Si inciampa in collegi o conventi, abitati ora da pochi religiosi, che potrebbero (ed è stato già fatto) essere trasformati agevolmente in residence di lusso, in alberghi, in centri commerciali. Il valore attuale di queste proprietà immobiliari dovrebbe essere moltiplicato  per mille, diecimila volte. Il tutto come si può leggere nelle norme capestro del vecchio Concordato, esentasse …».

E’ l’incipit di un’importante inchiesta giornalistica intitolata “Vaticano S.p.A.”, pubblicata il 7 gennaio 1977 dal periodico L’Europeo, a firma di Paolo Ojetti. Il meticoloso lavoro di approfondimento di questo giornalista italiano, prosegue elencando in dettaglio tutte le proprietà ecclesiastiche immobiliari a Roma: terreni e palazzi di proprietà della Santa Sede, ma anche dei vari ordini religiosi, che occupano ben sette pagine del giornale. Il dossier pubblicato da L’Europeo suscita scalpore e provoca un’immediata reazione del Vaticano. Ma L’Europeo allora diretto da Gianluigi Melega non si lascia intimorire (giornalisti d’altri tempi), e pubblica una seconda puntata, intitolata “I mercanti di san Pietro”, con appendice “I conti nelle casse vaticane”.

Argomenta ancora il rigoroso Ojetti il 21 gennaio di 36 anni fa: «Non c’è dubbio che una cosa sono i beni immobiliari che, inseriti nel Trattato, godono del privilegio della “extraterritorialità”, e una cosa siano tutti gli altri beni della Santa Sede e degli enti ecclesiastici (…) L’impero vaticano è ancora enorme. Se si pensa che l’inchiesta era limitata alla città di Roma, non riusciamo nemmeno ad immaginare cosa sia il resto d’Italia (…) Tra l’investimento misericordioso e quello redditizio, la Chiesa sceglie tuttora il secondo. Per mantenere e sviluppare questo potere temporale, il Vaticano non ha dovuto nemmeno aguzzare troppo l’ingegno delle gerarchie. La strada gli è sempre stata spianata dalle carenze legislative dello Stato italiano, dalla sudditanza degli istituti di credito a tradizione cattolica, dalla colpevole arrendevolezza del mondo laico, dalla sostanziale inutilità dei formalismi delle procedure di controllo».

Scrive il collega Mario Guarino nel saggio I mercanti del Vaticano pubblicato da Kaos nel 1998, (autore insieme a Giovanni Ruggeri del pionieristico libro Berlusconi: inchiesta sul signor tv, edito dagli Editori Riuniti nel 1987 e poi riedito da Kaos nel 1993): «Alla pubblicazione della seconda puntata dell’inchiesta “L’Europeo”, l’organo del Vaticano non reagisce. Non occorre. La Rizzoli Editore, controllata dalla P 2, provvede a licenziare in tronco il direttore del settimanale Gianluigi Melega».

Poverissimi oggi - Un censimento e una valutazione degli immobili di proprietà della sedicente “Santa Sede” in territorio italiano era e resta un’impresa impossibile. Infatti, le proprietà immobiliari regolarmente registrate nei catasti del territorio italiano sono solo una parte: molte di esse non sono registrate in quanto, come è noto, il Vaticano è una nazione estera a tutti gli effetti legali.

Chiese, conventi, monumenti. Ma anche palazzi, interi caseggiati nel centro delle città di mezzo mondo, alberghi, appartamenti extra-lussuosi centri commerciali e terreni in gran parte del globo terrestre. In altri termini: beni incommensurabili, protetti da società di comodo, e schermi spesso in odore conclamato di mafia, in paradisi off-shore che farebbero impallidire Beppe Grillo.

l'impero del mattone 2

il cardinal Bertone & l’eterno abbronzato  Beppe Grillo

Il dato ufficiale (una cifra ampiamente sottostimata) stima soltanto in Italia al 25 per cento circa, il patrimonio immobiliare che fa capo alla Chiesa del Vaticano.  Il patrimonio gestito dallo Ior (la banca del Vaticano) e l’Apsa, sfiora i 10 miliardi di euro. Le proporzioni rendono l’idea: esattamente 10 miliardi di euro (denaro pubblico sono stati sperperati impunemente e senza controllo dalla Protezione Civile italiana in particolare sotto il regime di Guido Bertolaso, grazie anche a Silvio Berlusconi (della serie vedi gli affaroni nel proprio clan sul post terremoto di L’aquila e poi muori).

Un quarto di Roma è intesto a diocesi, congregazioni religiose, enti e società del Vaticano. Solo le proprietà che fanno capo a Propaganda Fide (il ministero degli esteri del Vaticano che coordina l’attività delle missioni nel mondo) ammontano a circa 10 miliardi di euro. Dal 2005 il Vaticano ha ricominciato a fare trading immobiliare, vendendo beni per circa un centinaio di milioni.

D’altro canto, nel 2006 esclusivamente a Roma si sono registrate più di 8 mila donazioni di beni immobiliari, mentre in provincia sono state 3.200.

Il più grande intermediario immobiliare che lavora con la Chiesa cattolica, il gruppo Re S.p.A., realizza da questa attività circa 30 milioni di fatturato.

Santi in paradiso - L’enfant prodige dei nuovi palazzinari capitolini è un casertano, tale Giuseppe Statuto. Più di un lustro fa si è affermato con un colpaccio, acquistando senza battere ciglio, un immenso complesso monastico sulla Camilluccia. Nella stessa zona, Statuto si è accaparrato un convento del XVIII secolo di valenza storica con annesso terreno di 5 mila metri quadrati. Statuto è uno dei rari operatori del mattone a fare affari in esclusiva con il Vaticano. In tal modo la sua ditta Michele Amari e le altre società controllate (Bixio 15, Diemme Immobiliare, Derilca, Egis) ha fatto incetta uno dietro l’altro, di immobili di pregio dismesso da congregazioni religiose.

La nomina 11 anni fa del cardinale Attilio Nicora a capo dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica ha segnato la vera svolta affaristica, a stretto contatto con Paolo Mennini (figlio di quel Luigi, consigliere dello Ior, già inseguito da un mandato di cattura per lo scandalo Ambrosiano). Qualcuno rammenta Calvi, Cosa Nostra, Sindona, P2, Gelli e i loro intrecci affaristici con la “Santa Sede”?

L’Apsa, a parte i valori truccati sugli accatastamenti di immobili lussuosi in pieno centro storico capitolino, registrati come ultra popolari, dirige i 30 mila enti religiosi su tutto il territorio italiano. Oltretutto, attraverso la Sirea - che risulta intestataria di due palazzi in piazza Cola di Rienzo, affittati alla Direzione investigativa antimafia - e la Edile Leonina, con locali occupati dal Viminale, è titolare anche della società Nicoloso da Recco (proprietaria di 4 appartamenti). Avete capito bene: DIA e Ministero dell’Interno che sicuramente adesso indagheranno dopo questa “insignificante” sollecitazione giornalistica.

Si tratta di un patrimonio solo per citare un modesto esempio – extra Patti Lateranensi – sfuggito a qualsiasi censimento dello Stato tricolore. Ecco un utile riferimento: nell’aprile del 1985 nel dibattito parlamentare sulla legge degli edifici di culto, si trova agli atti l’elenco sterminato dei palazzi posseduti dagli enti ecclesiastici nella sola città di Roma Il dato inequivocabile offre uno squarcio informativo sulla reale consistenza dei beni della Curia. E rovescia quella visione di una Chiesa “povera” che aveva indotto lo Stato ad elargire all’epoca mille miliardi di lirette sul conto spese annuale, per il mantenimento dei luoghi adibiti a culto. 

Nel dicembre 2005 il Governo Berlusconi (tanto per cambiare) vara l’esenzione totale per le proprietà del Vaticano, compresi i beni ad uso commerciale. In punta di diritto si tratta di un regime speciale – manifestatamente illegale ed anticostituzionale – che sulla carta doveva essere cancellato dal decreto Bersani (il numero 1 del Pd). Ma poi il centro sinistra ha preferito istituire una commissione che ha fatto melina e tutti si sono dimenticati del lucroso argomento.

Il business di tendenza è la riconversione di edifici religiosi in alberghi lussuosi. E’ un’attività gestita quasi in esclusiva dal gruppo RE di Vincenzo Pugliesi e Franco Alemani. Nel 2007 è stato chiamato dalla Spagna tale Antonio Fraga Sanchez. I primi acquirenti di beni della Curia sono le banche Santander e Bilbao, ovviamente a braccetto con l’ubiquo Opus Dei.

Per la cronaca: nel 2000 – con il Giubileo - il Vaticano ha incassato dallo Stato (vale a dire dai contribuenti) altri 3.500 miliardi di lire. Diamo ancora i numeri: in tutto il Belpaese si contano più di 2 mila monasteri e abbazie. Il giro d’affari del turismo religioso soltanto nella capitale tocca i 200 milioni di euro ogni anno. In Italia si contano 200 mila posti letto gestiti da religiosi, con 3.300 indirizzi tra hotel, case per ferie, centri di accoglienza per pellegrini. Il giro d’affari è stimato in 4,5 miliardi di euro l’anno esentasse. 

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Vaticano – foto Gilan

IOR & JP MORGAN - Violazione delle legge 231 del 2007 che disciplina, per gli istituti di credito, una serie di norme antiriciclaggio, tra cui la trasparenza della titolarità sul deposito dei conti correnti. Dal 2003, secondo un rapporto della Guardia di Finanza, inviato ai magistrati della Procura della repubblica di Roma – Nello Rossi (procuratore aggiunto) e Stefano Rocco (pm) – movimenti per centinaia di milioni di euro su un deposito intestato alla banca del Vaticano. Si tratta di un conto aperto quando la filiale capitolina era ancora sotto il marchio della banca di Roma, prima che l’istituto di credito confluisse in Unicredit.

«La Banca d’Italia non ha autorizzato lo Ior a operare sul territorio della Repubblica italiana tramite succursali, ovvero in regime di prestazione di servizi senza stabilimento». Lo ha riferito il sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani, in risposta ad un’interrogazione di Maurizio Turco in Commissione Finanze della Camera. Il problema sta nella frase “regime di prestazione di servizi senza stabilimento”, perché nel rapporto del 4 luglio 2012, il Comitato Moneyval del Consiglio d’Europa, a pagina 30, ha affermato che «l’Ior svolge come impresa una o più delle attività o operazioni – per o per conto di un cliente – elencate nella definizione di “istituzione finanziaria” del glossario GAFI».

Presso la filiale di Milano della banca nordamericana JP Morgan, ad esempio, era stato aperto nel 2009 un conto Ior dove, in poco più di 18 mesi (presidente Ettore Gotti Tedeschi, direttore generale Paolo Cipriani) era transitato oltre un miliardo di euro. Il conto (un sweep account) è stato chiuso, su iniziativa di JP Morgan, nel febbraio 2012, tre mesi prima della defenestrazione di Gotti dalla presidenza. Secondo quanto ipotizzato dalla magistratura JP Morgan si decise a questo passo quando si rese conto che gli inquirenti si stavano interessando con continuità della situazione della banca vaticana. I magistrati hanno iniziato ad indagare nell’ipotesi che su quel conto possono essere transitate cospicue tangenti. «Fu la JP Morgan a chiedere a Ior di aprire il “conto secondario” la cui clausola contrattuale era stata avallata dall’Autorità di Vigilanza italiana» (la Banca d’Italia, in realtà non più pubblica ma privata), ha detto il 28 giugno 2012 durante l’open day presso lo Ior, il direttore Cipriani.

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Un profitto sacro asservito alle leggi terrene, che i mercanti di San Pietro perseguono come se fosse l’imperativo di un undicesimo comandamento.

Il nuovo Papa Jorge Mario Bergoglio, che sostiene di ispirarsi al frate scalzo di Assisi, vorrà dividere tutta questa immensa ricchezza con i poveri e diseredati della Terra? Ne dubito ma spero di essere smentito dai fatti, non dai proclami altisonanti di Piazza San Pietro.

Pubblicato da Gianni Lannes 12:03

Ior, la minaccia del Vaticano

http://www.lettera43.it/economia/finanza/ior-la-minaccia-del-vaticano_4367585224.htm

VERSO IL CONCLAVE

Ior, la minaccia del Vaticano

Proposta choc dei porporati stranieri: sciogliere l’istituto. E cancellare i segreti della Chiesa.

ior, veduta aerea del vaticano(© imagoeconomica) Una veduta aerea di Piazza San Pietro.

L’idea choc viene dai porporati stranieri: fare a meno dell’Istituto per le opere di religione (Ior) per far scomparire migliaia di conti riservati. E un bel numero di segreti.

A decidere il futuro dello Ior, però, è il papa e quindi il destino della banca vaticana è nelle mani del successo di Benedetto XVI che alle 20 di giovedì 28 febbraio si appresta a lasciare la Santa sede con destinazione Castel Gandolfo.

Lo Ior, secondo quanto svelato dal quotidiano La Repubblica, è indicato come uno dei temi più importanti da affrontare nelle cosiddette Congregazioni generali, le giornate di discussioni sul futuro della Chiesa e sul nuovo pontefice che sono in agenda dal 1 marzo.

SCANDALI E RIFORMA DELLA CURIA. Ma non c’è solo la banca del Vaticano tra gli argomenti in programma. Di estrema attualità anche l’evangelizzazione all’estero (il 2013 è l’anno della fede), la riforma della Curia (Joseph Ratzinger ha ammesso di non essere riuscito a rivoluzionare) e poi ci sono gli scandali che hanno segnato indelebilmente il pontificato di Bendetto XVI.

Eppure il nodo più importante è quello dello Ior. E il suo possibile scioglimento.

CORDATA GUIDATA DA SCHOENBORN. A sponsorizzare l’idea di chiudere l’istituto vaticano è un gruppo di cardinali, irritati da tempo per la gestione dello Ior, considerato come uno dei protagonisti per i danni dell’immagine della Santa sede a livello internazionale.

A farsi portavoce del malcontento è l’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn, considerato un conservatore illuminato e indicato da molti come possibile successore di Ratzinger, di cui è stato allievo.

Il porporato potrebbe essere quindi in grado di riunire intorno a sé una serie di eminenze, in gran parte straniere, pronte a schierarsi contro la gestione ‘italiana’ dello Ior, ovvero il segretario di Stato Tarcisio Bertone e il suo predecessore Angelo Sodano. E non importa che Benedetto XVI abbia appena confermato Ernst Von Freyberg (manager tedesco) al vertice dell’istituto dopo l’uscita di scena di Ettore Gotti Tedeschi.

ACCORDO CON BANCA STRANIERA. Tuttavia, in caso di scioglimento dello Ior, i cardinali dovrebbero pensare a un’alternativa credibile. Da qui l’idea di un accordo con una banca straniera.

L’istituto vaticano, infatti, è considerato come una fonte continua di problemi per la Santa sede: dallo scandalo Enimont, al crac dell’Ambrosiano. E poi la presenza di personaggi come Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus, che ha presieduto lo Ior per 18 anni.

La banca, nata nel 1942 per volere di Pio XII, è stata quindi spesso criticata sia per la sua gestione spregiudicata sia per i suoi numerosi privilegi. Si racconta infatti, che quando Giovanni Paolo II, dopo lo scandalo Calvi, chiese la lista dei correntisti dello Ior, si sentì rispondere che non era possibile violare la riservatezza dei clienti.

Lunedì, 25 Febbraio 2013

Vaticano, dossier choc sugli scandali: “Via il segreto pontificio”

 

http://qn.quotidiano.net/primo_piano/2013/02/22/849158-dossier_choc_sugli_scandali.shtml

 

Vaticano, dossier choc


sugli scandali:


“Via il segreto pontificio”

 

Benedetto XVI ci pensa, effetto valanga tra i cardinali

 

IL PAPA ALLONTANA BALESTRERO: DIVENTA NUNZIO DI COLOMBIA

 

Sono i “convitati di pietra” al Conclave che eleggerà il successore del Papa. Temi spinosi, questioni torbide, vicende che hanno coinvolto anche alcuni cardinali che si chiuderanno nella Cappella Sistina

di Iacopo Scaramuzzi

via il segreto vaticano

Papa Benedetto XVI (Imagoeconomica)

di Iacopo Scaramuzzi

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Città del Vaticano, 22 febbraio 2013 - Sono i “convitati di pietra” al Conclave che eleggerà il successore di Benedetto XVI. Temi spinosi, questioni torbide, vicende che hanno coinvolto anche alcuni cardinali che si chiuderanno nella Cappella Sistina. Il Conclave, in realtà, non ha un’agenda prefissata e le discussioni sono riservate. Ma c’è da giurare che verranno al pettine alcuni nodi emersi negli ultimi mesi, a partire da pedofilia, Ior e Vatileaks. Gli abusi dei preti sui minori hanno segnato il Pontificato di Ratzinger.

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Benedetto XVI ha maturato una linea di ‘tolleranza zero’ che ha creato più di un malumore dentro e fuori il Vaticano. La recente vicenda del cardinale statunitense Roger Mahony — domani deporrà in un’aula di tribunale americana con l’accusa di avere insabbiato le denunce — è solo la punta dell’iceberg. Ieri è stato sentito dai giudici anche il cardinale di New York Timothy Dolan. Lo scandalo aleggerà al Conclave. Non è detto che determini l’elezione del nuovo Papa – il cardinale di Boston Sean O’Malley, campione anti-pedofilia, è “papabile” – ma verosimilmente bloccherà l’ascesa di cardinali con qualche “ombra” nel loro passato, compresi i porporati vicini a Wojtyla che non vollero vedere le accuse — poi formalizzate da Benedetto XVI — al fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel.

C’è poi il nodo delle finanze vaticane. Non solo perché alcuni paesi — Stati Uniti e Germania in primis — donano ingenti somme alle casse del Vaticano e vogliono contare anche nell’elezione del nuovo Pontefice. Lo scontro degli ultimi tempi tra “banca vaticana“, procura di Roma e Bankitalia, il siluramento di Ettore Gotti Tedeschi e la nomina del nuovo presidente Ernst von Freyberg a ridosso della rinuncia di Benedetto XVI hanno creato nuovi malumori tra i cardinali non romani. Anche qui, non verrà scelto un Papa-manager, ma è probabile che i cardinali eviteranno candidati privi di senso pratico e oculatezza pastorale.

Infine, la fuga di documenti riservati che ha spinto il Vaticano, nei mesi scorsi, sull’orlo di una crisi di nervi. La vicenda si è conclusa con l’arresto, la condanna e, infine, la grazia del maggiordomo del Papa. Ma Benedetto XVI ha affidato a tre cardinali — Julian Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi — una parallela, discretissima indagine, conclusa con un dossier segreto consegnato al solo Benedetto XVI. Decine di interviste avrebbero fatto emergere nomi, cognomi e dettagli di una Curia attraversata da veleni, trame, cordate di potere.

Il settimanale Panorama scrive che emergerebbe anche il ruolo di una potente ‘lobby gay’. Sarebbero coinvolti cardinali della vecchia guardia wojtyliana, ex nemici coalizzati contro Benedetto XVI e il suo segretario di Stato Bertone. “Non ci sono né commenti, né conferme, né smentite”, si è limitato a dichiarare il portavoce vaticano, il gesuita Federico Lombardi. I tre cardinali ‘detective’ dovrebbero essere ricevuti dal Papa nei prossimi giorni. Il Papa potrebbe anche decidere di togliere il segreto al rapporto. Di certo, il suo contenuto potrebbe bruciare qualche candidato

 

SVILUPPI NEL CASO MPS

http://www.trend-online.com/prp/scandalo-mps-sviluppi/

 

SVILUPPI NEL CASO MPS

MPS: arrivano anche Ior e JP Morgan

NEWS ALERT: BANCA MPSIORJP MORGAN

 

Mps non è più uno scandalo, ma un coperchio alzato sull’andamento della finanza internazionale. Sembra un puzzle, invece no, è proprio il quadro reale di una situazione altrettanto reale.

ROSSANA PREZIOSO 28 GENNAIO 09:06

 

montepaschi

Si era partiti con gli scandali d’oltre oceano e oltremanica, si è arrivati a noi, con il proverbiale fil rouge che unisce tutto. L’altra faccia della globalizzazione finanziaria. In questo caso partiamo dalle ultime “rivelazioni” che in realtà erano sospetti già da tempo. Antonveneta: chiarito il perchè di un prezzo talmente spropositato (10,3 miliardi quando qualche mese prima sarebbe bastato un terzo in meno per averla) ovvero la solita storia, un accordo non scritto tra Mps e Santander per mettere le mani sulla differenza che c’era nel prezzo. E a quanto pare c’era un extra anche per JP Morgan. MA sopra tutti c’è sempre lui, l’onnipresente, Ior e allora che la festa incominci!

Esatto, perchè chi c’era come responsabile di Santander e che più volte ha incontrato Mussari per parlare della questione Antonvenetea? Si, avete indovinato, quel Gotti Tedeschi che a fine maggio venne sfiduciato dai vertici della Banca Vaticana e che a suo tempo preferì (saggiamente!) non parlare di niente con nessuno.

E JP Morgan cosa c’entra? Semplice: dopo l’onerosa operazione da oltre 10 miliardi, Mps ha inglobato anche gli 8 miliardi di debito presenti nei conti e agli aiuti esterni, leggi Stato e Ministero del Tesoro, si associano le banche, Jp Morgan in testa, Mediobanca al secondo posto. Ad ogni modo, tornando alla questione “patto segreto” Mps-Santander, la procura vede anche gli estremi per l’accusa di aggiotaggio. E per questo motivo, non escludendo che altre speculazioni siano attualmente in atto sull’andamento del titolo, hanno più volte interrogato Nicola Scocca, l’ex direttore finanziario della Fondazione.

Norme antiriciclaggio: è la santa sede a imporre le sue condizioni all’Italia

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Norme antiriciclaggio: è la santa sede a imporre le sue condizioni all’Italia

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In un documento riservato, il rifiuto del Vaticano a dare informazioni allo Stato per le vicende antecedenti al primo aprile 2011, ovvero da quando è entrato in vigore il nuovo organismo per la trasparenza finanziaria voluto da Papa Benedetto XVI

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Il documento riservato sulla nuova strategia del Vaticano in tema di trasparenza finanziaria

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Il Vaticano sta prendendo per il naso da mesi la giustizia e la Banca d’Italia. Il Governo Monti dovrebbe fare la voce grossa e ottenere il rispetto degli impegni assunti in materia di antiriciclaggio, ma c’è un piccolo particolare: il ministro della Giustizia, che dovrebbe essere in prima linea in questa battaglia, è stato l’avvocato del presidente della banca vaticana (lo IOR) Ettore Gotti Tedeschi. La linea del Vaticano in questa materia non corrisponde affatto alle promesse di trasparenza contrabbandate in pubblico. Lo dimostra un documento che Il Fatto pubblica in esclusiva (leggi).

Si intitola “Memo sui rapporti IOR-AIF” ed è un documento ‘confidenziale’ e ‘riservato’ circolato negli uffici del Papa e della Segreteria di Stato e annotato a penna da una mano che – secondo gli esperti di cose Vaticane – potrebbe essere quella di monsignor Georg Ganswein, il segretario di Benedetto XVI. E’ stato scritto da un personaggio molto in alto che si può permettere di sottoporre la sua analisi ai vertici del Vaticano. Al di là di chi sia l’autore, il ‘memo’ dimostra che il Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente dello AIF, l’autorità di controllo antiriciclaggio, Attilio Nicora e i vertici dello IOR sono tutti a conoscenza della linea sul fronte antiriciclaggio che si può sintetizzare così: non si deve collaborare con la giustizia italiana per tutto quello che è successo allo IOR fino all’aprile 2011.

Il ‘Memo’, come dimostrano le note appuntate a penna dalla segreteria del Santo Padre, è stato “Discusso con SER (Sua Eminenza Reverendissima) il Cardinale Bertone il 3 novembre” 2011. L’autore della nota, favorevole a una maggiore apertura verso Bankitalia e le Procure, aggiunge: Bertone “si è trovato d’accordo sulle mie considerazioni! Incontrerà SER il cardinale Attilio Nicora (Presidente dell’AIF) e il direttore AIF (Francesco Ndr) De Pasquale“. Il memo, così annotato, è stato poi girato, al presidente dello IOR e al direttore dell’AIF. Basta scorrere il testo per capire la rilevanza della partita in gioco: “Dall’entrata in vigore della legge vaticana anti-riciclaggio, avvenuta il primo aprile 2011, si sono tenuti numerosi incontri tra lo IOR e l’AIF (Autorità creata dalla nuova legge del Vaticano, ndr), rivolti da una parte a dimostrare alla nuova Autorità le iniziative intraprese per l’adeguamento delle procedure interne alle misure introdotte dalla legge….”

In questa prima parte il memo ripercorre la vicenda del mutamento della normativa antiriciclaggio, intervenuto sotto la spinta dell’indagine della Procura di Roma. Il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi – a settembre del 2010 – avevano sequestrato 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dal conto dello IOR presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni) e aveva indagato il presidente IOR, Ettore Gotti Tedeschi e il direttore Cipriani. Secondo i pm, lo IOR si era rifiutato di dire “le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente davano esecuzioni alle operazioni”. Cioé chi era il reale proprietario dei soldi.

Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva un quadro inquietante: lo IOR mescolava sul suo conto al Credito Artigiano i 15 milioni di euro provenienti dalla CEI, e frutto dell’8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti diversi. Non solo: da altre operazioni emergeva che lo IOR funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi.

Di fronte a un simile scenario, i pm romani si erano opposti al dissequestro dei 23 milioni di euro nonostante le dotte motivazioni dell’avvocato del presidente dello IOR, il professor Paola Severino. Il ministro ora ha lasciato lo studio e si è cancellato dall’Albo, anche se non ha comunicato alla Procura chi la sostituirà nella difesa di Gotti Tedeschi. A sbloccare la situazione comunque non fu l’avvocato Severino ma il Papa in persona. Con una Lettera Apostolica per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario il 30 dicembre 2010, Benedetto XVI ha istituito l’Autorità di informazione finanziaria (AIF), per il contrasto del riciclaggio. I pm romani motivarono così il loro parere favorevole al dissequestro nel maggio 2011: “L’AIF ha già iniziato una collaborazione con l’UIF fornendo informazioni adeguate su di un’operazione intercorsa tra IOR e istituti italiani e oggetto di attenzione”.

Peccato che, un minuto dopo essere rientrato in possesso dei suoi 23 milioni, lo IOR ha cambiato completamente atteggiamento. Tanto che in Procura non si nasconde il disappunto per quel dissequestro “sulla fiducia”. Ora si scopre che la giravolta vaticana è una scelta consapevole delle gerarchie, come spiega lo stesso ‘memo’ discusso dai cardinali Nicora e Bertone e dallo stesso Gotti Tedeschi. “L’AIF (….) ha inoltrato allo IOR alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l’Istituto, cui quest’ultimo ha corrisposto, consentendo tra l’altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (….) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell’Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell’AIF – relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari – fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti. Nel corso dell’ultimo incontro tra IOR e AlF del 19 ottobre u. s. tale posizione è stata sostenuta dall’Avv. Michele Briamonte (dello studio Grande Stevens, ndr), sulla base di un generale principio di irretroattività della legge, per il quale le misure introdotte dalla legge antiriciclaggio, (….) non possono valere che per l’avvenire”.

Questa linea interpretativa, ovviamente, ostacola enormemente il lavoro degli investigatori italiani e l’Aif ne è consapevole tanto che, come si evince dal memo, ha ribadito “il proprio diritto/dovere ad accedere a tutti i dati e le informazioni in possesso dello IOR (…) motivando tale posizione con argomentazioni attinenti alla lettera e alla ratio della legge, al rispetto degli standard internazionali cui la Santa Sede ha aderito, allo svuotamento dell’effettività della disciplina appena introdotta, al rischio di una valutazione negativa dell’organismo internazionale chiamato a esaminare il sistema Vaticano di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”. Purtroppo l’operazione trasparenza era solo uno specchietto per le allodole. Nel frattempo il Vaticano ha spostato la sua operatività dalle banche italiane alla JP Morgan, soprattutto a Francoforte. La banca americana ha però un solo sportello (non accessibile alla clientela comune) a Milano, che è già finito, da quello che risulta al Fatto, nel mirino dell’attività ispettiva della Banca d’Italia. E così il 25 gennaio è stato pubblicato un decreto pontificio che ha ratificato tre convenzioni contro il riciclaggio. Sembra ci sia anche un articolo sull’obbligo di “adeguata verifica” prima del fatidico primo aprile. In Procura però stavolta non si fidano.

Norme antiriciclaggio: Ior, ecco le carte che inchiodano il Vaticano sulla trasparenza

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Riproponiamo un articolo de “il fatto quotidiano” di qualche mese fa per rifare, a posteriori, il quadro nella logica della “trasparenza” dello IOR, trasparenza che il vaticano non cerca e non vuole perchè verrebbero alla luce tutti i crimini commessi nel nome del suo vero dio: il DENARO.

PRESTO VEDREMO LA FINE DI QUESTO IPOCRITA SISTEMA CHE MANTIENE IL MONDO IN IGNORANZA E POVERTÀ, ANCORA POCHI GIORNI E VEDREMO IL FUMO DEL SUO INCENDIO CHE, DI FATTO, SI STA GIÀ SOLLEVANDO.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/ior-colpo-di-spugna-sullantiricilaggio/191297/

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Norme antiriciclaggio: Ior, ecco le carte che inchiodano il Vaticano sulla trasparenza

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In una lettera il cardinale Nicora, capo dell’Autorità di Informazione Finanziaria della Santa Sede, lancia l’allarme: “Con la nostra ultima legge facciamo un passo indietro e resteremo un paradiso fiscale”. Il documento inviato a Gotti Tedeschi e alla Segreteria di Stato

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Monsignor Attilio Nicora

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Altro che trasparenza, altro che collaborazione, altro che volontà di fornire tutte le informzioni a chi indaga. Il Vaticano non ha alcuna intenzione di attuare gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali (MONEYVAL) e non ha alcuna intenzione di permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e italiane di guardare cosa è accaduto nei conti dello IOR prima dell’aprile 2011.

A scriverlo nero su bianco sono le due massime autorità in materia dentro le mura leonine: il cardinale Attilio Nicora (ex presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e ora presidente dell’Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano, l’AIF) e il professor Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale della Città del Vaticano.

Il Fatto Quotidiano è entrato in possesso di due documenti riservati, da loro redatti, che raccontano qual è, al di là dei comunicati della sala stampa, la vera politica della Santa Sede sul fronte antiriciclaggio. Una politica che nei fatti somiglia a quella di uno dei tanti paradisi fiscali del mondo. Il primo documento è firmato dal presidente del Tribunale Vaticano Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, professore di diritto e magnifico rettore della Lumsa (Libera Università MAria Ss Assunta) oltre che membro del consiglio direttivo dell’AIF. Si tratta di un parere legale richiesto dalla Segreteria di Stato alla massima autorità consultiva in materia giuridica nel Vaticano. In pratica il cardinale Tarcisio Bertone chiedeva a Dalla Torre di stabilire quale fosse la giusta interpretazione da dare alla nuova normativa antiriciclaggio introdotta da Papa Benedetto XVI nel dicembre del 2010 ed entrata in vigore nell’aprile scorso.

Come Il Fatto ha raccontato, nel Vaticano si erano distinte due linee diverse: la prima, sostenuta dal direttore generale dell’AIF, l’avvocato Francesco De Pasquale, puntava a spingere la banca vaticana, lo IOR, a collaborare con le autorità antiriciclaggio interne (AIF) e a fornire tutte le informazioni richieste dalla giustizia italiana, anche sui fatti precedenti all’aprile del 2011. La seconda linea, sostenuta invece dall’avvocato Michele Briamonte dello studio Grande Stevens di Torino, invece sosteneva che l’AIF non avesse quei poteri di ispezione sui movimenti bancari precedenti all’aprile del 2011.

Ovviamente la lotta di potere tra AIF e IOR, la disputa tra De Pasquale e Briamonte, aveva un riverbero immediato nei rapporti tra Stati. Solo se avesse vinto la linea “collaborativa” dell’AIF le autorità giudiziarie e bancarie italiane sarebbero state in grado di mettere il naso (tramite il cavallo di Troia dell’AIF) nei segreti dello IOR. Altrimenti le indagini italiane in corso si sarebbero arenate.

Il Fatto aveva pubblicato il 31 gennaio scorso un documento riservato (“Memo Ior-AIF”)dal quale si comprendeva che stava vincendo la linea “non collaborativa” e che il presidente dello IOR e dell’AIF avevano tentato di coinvolgere il Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il segretario del Papa, George Gaenswein, per convincere il Governo Vaticano a collaborare con l’autorità giudiziaria italiana. Sul memo si leggeva: “L’AIF (….) ha inoltrato allo Ior alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l’Istituto, cui quest’ultimo ha corrisposto, consentendo tra l’altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (….) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell’Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell’Aif – relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari – fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti”. Quando quel documento rivelato dal Fatto era stato ripubblicato 8 giorni dopo da La7 in tv, la Santa Sede aveva finalmente emanato un comunicato per smentire che il Vaticano non intendesse fornire informazioni bancarie sui movimenti precedenti all’aprile del 2011. “Non emerge la resistenza dello IOR a collaborare in caso di indagini o procedimenti penali su fatti precedenti al primo aprile 2011″.

Il parere di Dalla Torre dimostra il contrario e spiega perché i magistrati della Procura di Roma non stanno ricevendo le informazioni né per via di rogatoria, come raccontato in tv dal pm Luca Tescaroli, né tramite l’AIF, come è successo nel caso dei pm Nello Rossi e Stefano Fava che indagano il presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi e il direttore generale Cipriani per violazione delle norme in materia di antiriciclaggio. Il parere di Dalla Torre dimostra che si tratta di una scelta voluta. Alla domanda di Bertone, se lo IOR debba rispondere all’AIF anche per le operazioni avvenute prima dell’aprile del 2011, la risposta del presidente del Tribunale è infatti un no tondo: la legge “non permette all’AIF l’accesso alle operazioni e ai rapporti intercorsi prima dell’entrata in vigore della legge”.

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Esattamente l’opposto di quanto affermato nel comunicato della sala stampa della Santa Sede del 9 febbraio. Il parere di Dalla Torre risale al 15 ottobre del 2011 e delinea la linea che poi sarà attuata nel decreto del Presidente del Governatorato Vaticano del 25 gennaio scorso. Il decreto dell’arcivescovo Bertello, priva l’AIF dei poteri di ispezione, rimessi a successivi regolamenti da emanare. Con la conseguenza che le indagini bancarie e giudiziarie dello Stato italiano in materia si fermeranno.

Il senso di questa scelta è spiegato dal secondo documento, firmato dal presidente dell’AIF, il Cardinale Attilio Nicora. E’ una lettera del presidente dell’AIF del 12 gennaio 2012, trasmessa il giorno dopo dall’avvocato De Pasquale dell’AIF per mail al presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi e precedentemente inviata al Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Questo documento, che pubblicheremo integralmente domani, è la dimostrazione che lo Stato Vaticano ha scelto di fare retromarcia, dopo l’approvazione della legge del dicembre del 2011 che ha rappresentato certamente un primo importante passo verso l’apertura alla trasparenza bancaria.

Peccato che come segnala Nicora in neretto: “Non va trascurato l’aspetto attinente ai profili di opportunità verso l’esterno e al rischio reputazionale a cui può andare incontro la Santa Sede”. Insomma, l’AIF – l’Autorità antiriclaggio diretta dall’avvocato Francesco De Pasquale e presieduta dal cardinale Attilio Nicora – è oggi poco più che uno specchietto per le allodole, privata dei poteri. Un’Autorità depotenziata che ha perso la sua guerra con la linea di chiusura sposata dal segretario di Stato Bertone, perché evidentemente si era mostrata troppo collaborativa con le autorità italiane.

Questo passo indietro sulla strada del Vaticano per uscire dalla “lista grigia” dei paesi poco affidabili dal punto di vista fiscale e finanziario, è segnalato proprio dal cardinale Attilio Nicora quando si vede sottoporre la prima bozza del decreto (poi pubblicato il 25 gennaio) il 9 gennaio.

Una bozza che al Fatto risulta essere stata modificata solo leggermente e che non è stata invece toccata ed è divenuta un decreto per la parte che più contava: la drastica riduzione dei poteri dell’AIF di ispezione nei conti dello IOR. La battaglia non è definitivamente conclusa. Il decreto deve essere convertito entro 90 giorni. Il Governo italiano e l’Unione Europea hanno tempo fino alla fine di aprile per fare pressione sullo Stato del Vaticano perché torni sui suoi passi.

Non sembra però che né il premier Mario Monti né i partiti si interessino particolarmente alla questione.

da Il Fatto Quotidiano del 15 febbraio 2012

Il memoriale choc di Gotti Tedeschi: “Se mi ammazzano cercate queste carte”

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fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/07/il-memoriale-choc-di-gotti-tedeschi-se-mi-ammazzano-cercate-queste-carte/255566/

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Il memoriale choc di Gotti Tedeschi: “Se mi ammazzano cercate queste carte”

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L’ex presidente della banca vaticana temeva di essere ucciso e aveva preparato – come polizza sulla vita – un memoriale sui i segreti dello IOR e lo aveva consegnato a due amici fidati. Nel corso della perquisizione della casa del banchiere

 

gotti tedeschi interna interna nuova

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Ettore Gotti Tedeschi temeva di essere ucciso e aveva preparato – come polizza sulla vita – un memoriale sui i segreti dello IOR. L’ex presidente della cosiddetta banca vaticana, dal settembre 2009 al maggio 2012, aveva consegnato un paio di esemplari del dossier agli amici più fidati, con una postilla a voce: “Se mi ammazzano, qui dentro c’è la ragione della mia morte”. Martedì scorso, una copia del dossier sullo IOR è stata trovata dagli uomini del capitano Pietro Raiola Pescarini, il comandante del Nucleo Operativo del NOE, quando i Carabinieri dell’ambiente hanno perquisito l’abitazione di Gotti su delega della Procura di Napoli.

Proprio per approfondire il contenuto del dossier sullo IOR ieri sono decollati alla volta di Milano i vertici della Procura di Roma. I quattro pm, Giuseppe Pignatone e Nello Rossi di Roma, Henry J. Woodcock e Vincenzo Piscitelli di Napoli, hanno interrogato per tre ore e mezza l’ex presidente dello IOR, visibilmente impressionato dalle informazioni raccolte dagli investigatori, anche grazie alle intercettazioni.

Padre Georg e Bertone


I pm sono in possesso persino di conversazioni che riguardano il segretario del Papa,Georg Ganswein e il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, su argomenti delicatissimi. Inoltre a casa di Gotti Tedeschi sono stati trovati una serie di dossier su personaggi importanti che potrebbero avere avuto rapporti con il banchiere e con lo IOR. Centinaia di pagine che sono state fotocopiate, nome per nome, dossier per dossier, e consegnate ai pm romani.

Al termine di questo primo interrogatorio, che si è tenuto nella caserma del NOE immersa nel verde di via Pasuvio, alla periferia di Milano, concluso alle 18 anche per la stanchezza di Gotti Tedeschi, i magistrati si sono aggiornati a nuovi separati appuntamenti con il banchiere nella veste di indagato a Roma e di testimone a Napoli. I pm di Roma hanno preso le carte attinenti alla loro indagine sulla violazione formale delle norme antiriciclaggio da parte dello IOR che sonnecchiava da un anno e mezzo, dopo il dissequestro di 23 milioni dello IOR, e che sembrava destinata all’archiviazione, per Ettore Gotti Tedeschi.

La svolta è arrivata dopo le perquisizioni ordinate all’insaputa della Procura di Roma che indagava sullo IOR dal 2010. Dopo l’interrogatorio di martedì condotto dai pm di Napoli (che dovrebbero indagare su Finmeccanica) era montata una certa “sorpresa” dei titolari dell’inchiesta romana, il procuratore aggiunto Nello Rossi e il sostituto Stefano Rocco Fava.

Una serie di telefonate tra due magistrati di grande esperienza come il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il reggente della Procura di Napoli, Alessandro Pennasilico, avevano stemperato gli animi. Martedì sera è stato organizzato un interrogatorio congiunto di Gotti Tedeschi nella veste di indagato alla presenza del suo avvocato. Le carte trovate a casa di Gotti sono considerate di grande rilievo investigativo. Non capita tutti i giorni che un procuratore capo di Roma, per di più protetto con il massimo grado di allerta per le sue inchieste a Palermo e Reggio, si sposti in aereo dalla sera alla mattina. E non capita tutti i giorni che si faccia accompagnare dal comandante del Noe dei Carabinieri, il colonnello Sergio De Caprio, alias Ultimo.

Così (insieme con Nello Rossi) il procuratore che ha arrestato Provenzano e il carabiniere che ha messo i ceppi a Riina, sono volati a Milano per interrogare, non Matteo Messina Denaro, ma l’ex banchiere del Papa.

L’odore dei soldi


Un risultato inatteso dell’azione dei pm partenopei Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio che ex ante cercavano le prove del riciclaggio della presunta mazzetta da 10 milioni di euro, in ipotesi girata dal presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi alla Lega Nord e a Cl in occasione della vendita da 560 milioni di 12 elicotteri della controllata Agusta-Westland, al Governo Indiano. Le carte sullo IOR sono emerse a sorpresa inseguendo questa mega-tangente, negata dai protagonisti, che per ora esiste solo nei racconti dell’ex direttore centrale Finmeccanica Lorenzo Borgogni.

Indagando su Orsi, i pm napoletani si sono imbattuti nei primi mesi dell’anno nel suo amico Gotti Tedeschi che proprio in quel momento era al centro di uno scontro di potere epocale all’interno del Vaticano. Se Orsi confidava a Gotti Tedeschi i suoi problemi con le inchieste giudiziarie, l’amico banchiere aveva problemi ben maggiori all’interno del Vaticano. Nelle sue lunghe conversazioni di questi giorni con gli amici Gotti Tedeschi aveva confidato di avere scoperto in Vaticano cose di cui aver paura.

Stimava sempre il Papa ma si fidava ormai di pochissime persone Oltretevere, come il presidente dell’AIF, l’Autorità Antiriciclaggio con la quale aveva cercato di fare sponda per aprire gli archivi segreti dello IOR, il Cardinale Attilio Nicora.

E poi il segretario del Papa George Ganswein, al quale cercava di spiegare perché la linea del segretario di stato Tarcisio Bertone, contraria ad aprire all’autorità giudiziaria italiana i segreti dei conti IOR, fosse miope e sbagliata. “Se seguiamo la linea di Bertone, non usciremo mai dalla black list”, spiegava ai suoi interlocutori Gotti Tedeschi, aggiungendo che forse era proprio quello che volevano i cardinali. Perché così potevano continuare a nascondere la verità alle autorità italiane.

La sensazione è che Gotti Tedeschi nella contesa dello IOR, almeno da quanto emerso dagli atti di indagine dei magistrati napoletani, abbia svolto un ruolo positivo, opponendosi alle lobby contrarie alla trasparenza. E forse anche per questo temeva per la sua vita.

La scorta


Si potrebbe pensare a un eccesso di preoccupazione dettata dallo stress se non fosse per i precedenti sinistri. Gotti Tedeschi era soprannominato “il banchiere del Papa” e temeva di fare la fine del “banchiere di Dio”: Roberto Calvi, ucciso e impiccato con una messinscena al ponte dei Frati neri di Londra. Negli ultimi mesi Gotti Tedeschi aveva assoldato una scorta privata e si era rivolto a un’agenzia di investigazione per avere protezione. Sapeva bene però che i vigilantes non rappresentavano per lui una garanzia di sopravvivenza. La sua polizza sulla vita erano le carte che aveva maneggiato, i segreti che custodiva. Per questa ragione aveva stilato il memoriale. Non immaginava però che sarebbe finito nelle mani della giustizia italiana.

da Il Fatto Quotidiano del 7 giugno 2012

Vatileaks: estratti dal riassunto di Leggo.it

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http://www.leggo.it/news/politica/arrestato_il_maggiordomo_del_papa_si_e_scontrato_con_un_potente_foto/notizie/181120.shtml

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Vatileaks: estratti dal riassunto di Leggo.it

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Domenica 27 Maggio 2012 – 11:51

ROMA - Finita la «istruttoria sommaria» su di lui, Paolo Gabriele «ha nominato due avvocati di sua fiducia, abilitati ad agire presso il Tribunale vaticano, e ha avuto la possibilità di incontrarli». Lo ha dichiarato padre Federico Lombardi, precisando che in Vaticano non esiste il “fermo” e Gabriele è «detenuto».

Uno dei due legali, a quanto apprende l’Adnkronos, sarebbe Carlo Fusco, avvocato rotale e docente di diritto canonico alla Pontificia Università Urbaniana. Non è pubblico l’altro nome. L’arresto di Paolo Gabriele, ha ancora riferito padre Lombardi, è avvenuto nella serata di giovedì scorso, sul tardi.

Il detenuto è «cittadino vaticano», la sua abitazione, dove sono stati rinvenuti i documenti, è in «territorio vaticano». «Attualmente la magistratura ha contestato a Paolo Gabriele semplicemente il reato di furto aggravato. Siamo ad uno stadio molto iniziale del procedimento penale, perciò le quantificazioni di pene gravissime avanzate da alcune testate non hanno ragione di essere».

Lo ha detto il portavoce vaticano, padre Lombardi che, interrogato in proposito, ha risposto così sulle ipotesi di reato contestate finora all’aiutante di camera del Papa Benedetto XVI, arrestato perchè in possesso di documenti segreti. Sulla stampa circolavano invece formulazioni d’accusa come la violazione della corrispondenza di un capo di Stato e quindi l’attentato alla sicurezza dello Stato, reato che prevede una pena fino a 30 anni di carcere, ma che finora la magistratura vaticana non ha contestato a Gabriele.

GABRIELE NON CONFESSA Nessuna ammissione finora da parte di Paolo Gabriele, l’aiutante di camera del Papa arrestato. Secondo quanto apprende l’ANSA da fonti bene informate, Gabriele è sempre rimasto in silenzio durante gli interrogatori cui è stato sottoposto nell’ambito dell’istruttoria sommaria svolta finora.

Provato, chiuso in un profondo silenzio e assorto in preghiera. Così viene descritto da fonti ben informate Paolo Gabriele, il ‘maggiordomò del Papa, ora detenuto in una camera di sicurezza del Vaticano con l’accusa di aver diffuso documenti riservati. Il calvario personale di Gabriele sarebbe cominciato già mercoledì quando nel pomeriggio, alla presenza sua, della moglie e dei figli, sono cominciate le perquisizioni della Gendarmeria nell’appartamento in Vaticano dove vive la famiglia Gabriele e i primi interrogatori degli investigatori nell’ambito dell’istruttoria sommaria. Profondamente provato, Gabriele in queste ore di detenzione in una camera di quattro metri per quattro, si affida – dicono le fonti – ad una intensa preghiera.

LA RIVELAZIONE DEL CONFESSORE Il padre spirituale di Paolo Gabriele, il presunto ‘corvo’ arrestato ieri in Vaticano, scende in campo per difenderlo. Lo fa in forma anonima, in un colloquio con ‘la Stampa’. «Conosco Paolo da tanti anni – spiega il confessore – e se fossero dimostrate le accuse a suo carico davvero d’ora in avanti non ci sarebbe da fidarsi più di nessuno». «L’ho seguito spiritulamente – spiega ancora il padre spirituale – e posso testimoniare di avere sempre trovato una persona innamorata della Chiesa, e molto devoto al Papa, prima a Giovanni Paolo II e ora a Benedetto XVI». Racconta però il presule: «ricordo che raccogliendo le confidenze di tanti in Vaticano ad un certo punto aveva finito per scontrarsi con qualcuno di molto potente qui…».

GOTTI TEDESCHI: ZITTO PER IL PAPA Le notizie in Vaticano si rincorrono l’una all’altra, e oggi la ribalta è occupata dall’arresto del cameriere del Papa come presunto «corvo» nella vicenda delle fughe di documenti, ma la caduta di Ettore Gotti Tedeschi dalla poltrona di presidente dello Ior conserva tutta la sua dirompenza.

Tanto più che lo stesso Gotti Tedeschi, oltre che per asserite gravi carenze nella governance della «banca» vaticana, è stato sfiduciato dal board proprio con l’accusa di aver fatto filtrare all’esterno notizie riservate del Vaticano.

Oggi al vertice dell’Istituto Opere di religione è subentrato, come avviene in questi casi, il vice presidente Ronaldo Hermann Schmitz, 74 anni anni il prossimo 30 ottobre, tedesco nato a Porto Alegre (Brasile), ex ad della Deutsche Bank.

Il subentro è stato ratificato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone e composta dagli altri porporati Telesphore Placidus Toppo, Odilo Pedro Scherer, Jean-Louis Tauran, Attilio Nicora. È l’organo che ha in capo il potere decisionale allo Ior e che ha adottato formalmente la «sfiducia» di Gotti Tedeschi votata ieri all’unanimità dal Consiglio di Sovrintendenza.

All’ormai ex presidente è stato addebitato di «non aver svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio». Ma fuori dall’ufficialità, all’ex «banchiere del Papa» è stato anche rimproverato un ruolo nella vicenda Vatileaks. «Non voglio dire nulla per ora – ha detto stamane Gotti Tedeschi, a poche ore dal suo siluramento – perchè sono ancora dibattuto tra l’ansia di spiegare la verità e non voler turbare il Santo Padre con dette spiegazioni». «Il mio amore per il Papa oggi prevale su ogni altro sentimento, persino di difesa della mia reputazione che vilmente viene messa in discussione», ha aggiunto con una coda particolarmente velenosa.

Bisognerà vedere ora quale sarà la scelta che i vertici vaticani faranno sul futuro assetto della presidenza Ior. Se cioè lasceranno Schmitz a capo del Consiglio di Sovrintendenza, cooptando un nuovo membro dall’esterno, oppure se prevarrà la volontà di imprimere una svolta con l’arrivo di un nuovo presidente. L’uscita di scena di Gotti Tedeschi, economista che peraltro ha potuto vantare sentimenti di forte stima da parte di Benedetto XVI, apre un nuovo periodo di transizione per la «banca» vaticana, in una fase in cui è ancora aperta l’attuazione delle nuove normative anti-riciclaggio, sotto esame da parte del gruppo MoneyVal per l’ammissione o meno della Santa Sede nella «white list» dei Paesi virtuosi.

Una questione su cui si sono innestati attriti all’interno delle mura vaticane, già alimentati da vicende come l’inchiesta giudiziaria che ha interessato lo Ior e poi anche la questione del San Raffaele, dove non è passato il progetto del card. Bertone di creare un grande «polo» ospedaliero facente capo al Vaticano. 

LE INDAGINI SULLE ALTRE TALPE Il Vaticano mantiene il più stretto riserbo sulle indagini che riguardano l’assistente di camera Paolo Gabriele, fermato e interrogato in merito alla trafugazione di documenti riservati.

Secondo quanto apprende l’Adnkronos da fonti vaticane, le indagini stanno andando comunque avanti, il procurato dei giustizia – una sorta di pubblico ministero vaticano – l’avvocato Nicola Picardi proseguirà il lavoro di indagine sulla fuga di notizie che non si esaurisce con il fermo del cameriere del Papa.

In ogni caso Paolo Gabriele è stato trovato effettivamente in possesso di documenti che non doveva avere e c’è il sospetto che possa averli diffusi all’esterno, ma questa circostanza ancora è oggetto delle indagini. D’altro canto fra le numerose carte uscite in questi mesi dai sacri palazzi, molte non sembrano aver a che fare direttamente con l’Appartamento del Papa, sono comunicazioni interne fra cardinali e lati funzionari, il che lascia aperta la porta all’ipotesi dell’esistenza di più talpe, una possibilità che non è stata scartata e anzi è oggetto di indagine.

In quanto a Gabriele, è certo che possedeva documenti «che non doveva avere», tuttavia bisognerà verificare se è stato lui a passarli o in che modo questo sia avvenuto. Ci sarà un processo che seguirà le norme della legge vaticana. L’assistente di Camera di Ratzinger, segue il Papa nei viaggi, ha accesso all’appartamento, svolge le commissioni che gli vengono date, ed è uno dei pochi che può accedere regolarmente alle stanze private di Benedetto XVI.

Ha svolto in passato servizio presso La prefettura della Casa pontificia guidata dall’americano James Harvey e dal 2006 lavora a stretto contatto con il Pontefice. Rischia naturalmente di perdere il posto di lavoro; in quanto al fermo va considerato che in Vaticano non ci sono prigioni e questo ha più il carattere di una misura cautelare che si dovrebbe esaurire nelle prossime ore


“TRE GRADI DI GIUDIZIO” Il presunto ‘corvo’ Paolo Gabriele sarà sottoposto a tre gradi di giudizio. Come qualsiasi cittadino accusato di un delitto. «Sarà il tribunale apostolico a giudicarlo dal momento che il reato del quale è accusato si è consumato in Vaticano », spiega don Davide Scito, docente di Diritto Canonico all’università Pontificia Santa Croce. L’ ‘aiutante di camera della famiglia pontificia è sospettato di essere, dalla Gendarmeria vaticana, il ‘corvo’ della Santa Sede. L’uomo è ora a disposizione del promotore di giustizia vaticano, Nicola Picardi. «Erano secoli che non si arrestava qualcuno in Vaticano», annota ancora il presule.




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