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Evasione fiscale, il Vaticano non rivela i nomi. E il governo mette la dogana

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/07/evasione-fiscale-il-vaticano-non-rivela-i-nomi-dei-riciclatori-alla-dogana-italiana/804445/

Evasione fiscale, il Vaticano non rivela i nomi.

E il governo mette la dogana.

Da mesi l’Autorità di informazione finanziaria della Santa Sede rifiuta di collaborare, anche sul fronte del riciclaggio. In due anni sono state 3669 le dichiarazioni non presentate. In riposta a un’interrogazione del M5S, seguita a un’inchiesta del Fatto, il ministero dell’Economia annuncia che l’Agenzia delle dogane “ravvisa l’opportunità” di sorvegliare “i punti di entrata e di uscita” con lo Stato pontificio

di Marco Lillo | 7 dicembre 2013

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Lo Stato Città del Vaticano nasconde all’Italia migliaia di potenziali evasori fiscali o, nella peggiore delle ipotesi, riciclatori di capitali sporchi. Probabilmente all’insaputa di papa Francesco, l’Autorità di informazione finanziaria, Aif, diretta dallo svizzero René Brulhart si rifiuta da mesi di collaborare con l’Agenzia delle dogane e non fornisce all’Italia i nomi delle migliaia di persone che hanno prelevato importi considerevoli in contanti allo Ior e che poi li hanno introdotti nel territorio italiano senza dichiararlo alla Dogana, violando la nostra legge antiririclaggio. Tanto che l’Agenzia sta pensando di rinforzare i controlli alla frontiera.

Il Fatto Quotidiano ha denunciato, senza avere i numeri esatti, questa violazione sotto gli occhi di tutti, da anni, in un articolo del 26 ottobre. Nel silenzio generale, un deputato 27enne del Movimento 5 stelle, Silvia Chimenti, ha presentato un’interrogazione firmata da una dozzina di colleghi del M5S per chiedere al ministero dell’Economia conto di questo scandalo internazionale alla luce del sole. Intanto anche il Fatto Quotidiano ha chiesto all’Agenzia delle Dogane i dati delle dichiarazioni transfrontaliere presentate da chi trasporta contante in entrata sul nostro territorio e in uscita dal Vaticano.

L’agenzia ha risposto al Fatto con un’ammissione sconcertante: in due anni ci sono ben 3669 dichiarazioni non presentate per altrettanti flussi che violano la legge dal Vaticano verso l’Italia. “Il 22 maggio 2013 l’Autorità d’informazione finanziaria della Città del Vaticano ha pubblicato il primo rapporto annuale 2012 sulle attività per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo nel quale è stato reso noto, tra l’altro, il numero delle dichiarazioni valutarie (e non i relativi importi) ricevute, in ingresso e in uscita dal territorio della Città del Vaticano, negli anni 2011 e 2012”. Ecco i dati dell’Aif: nel 2011 ci sono state 658 dichiarazioni in entrata (da Italia a Vaticano) e 1894 in uscita (da Vaticano a Italia) mentre nel 2012 ci sono state 598 dichiarazioni in entrata e 1782 in uscita verso l’Italia.

A questi numeri dovrebbero corrispondere esattamente altrettante simmetriche dichiarazioni alla Dogana italiana. Poiché ogni volta che qualcuno esce dal Vaticano con un importo di contanti superiore a 10 mila euro deve dichiararlo due volte: prima all’Aif dello Stato vaticano poi alla Dogana italiana.E viceversa per i flussi inversi .

saccomanni

Come il Fatto aveva scritto, invece, le cose non vanno così: “Presso il competente Ufficio Dogana di Roma I di questa Agenzia – ci ha scritto il direttore dell’Agenzia delle dogane, Giuseppe Peleggi – sono state presentate 3 (avete letto bene: 3 contro 1894, ndr) dichiarazioni in ingresso in Italia nel 2011 e 4 (4 contro 1782, ndr) nel 2012. Mentre le dichiarazioni in uscita sono state 21 (contro 658, ndr) nel 2011 e 13 (contro 598, ndr) nel 2012”.

Il direttore Peleggi, rendendosi conto che i due dati dovrebbero essere identici e che l’Agenzia è titolare dei poteri in materia, aggiunge “in relazione alle marcate differenze rilevate dalla lettura dei dati pubblicati a fine maggio 2013, l’Agenzia in data 19 giugno 2013 ha interessato l’Aif per richiedere un incontro, con l’auspicato intervento delle altre amministrazioni nazionali competenti in materia valutaria (Mef, Uif – Banca d’Italia), volto a chiarire gli aspetti legati agli obblighi dichiarativi ed alla connessa azione di monitoraggio e controllo. In risposta, l’Aif ha manifestato interesse riservandosi di far conoscere la propria posizione all’esito dell’esame interno della richiesta”. Poi silenzio.

Ieri il ministero dell’Economia ha risposto, con una nota letta in aula dal sottosegretario del PdSesa Amici, all’interrogazione di Silvia Chimenti. E si è scoperto che “l’Agenzia delle Dogane rileva che nessuna ulteriore comunicazione è a oggi pervenuta da parte dell’Autorità vaticana”. In praticail Vaticano, nonostante l’avvento di papa Francesco, da ben sei mesi non risponde alla richiesta dell’Agenzia delle dogane italiana. I correntisti che hanno prelevato allo Ior valigie di contanti sono stati costretti a riempire il modulo della dichiarazione in uscita perché altrimenti non avrebbero avuto i soldi dalla banca vaticana. Poi in Italia hanno preferito rischiare violando gli obblighi piuttosto che dichiarare il contante. E’ evidente che per il Nucleo Valutario della Guardia di Finanza sarebbe fondamentale avere quell’elenco di 3.660 mancate dichiarazioni in due anni, più quelle che mancheranno nel 2013 ma l’Aif tace. Probabilmente Bergoglio non ha ancora messo mano a quel fortino dei fedelissimi dell’ex segretario di Stato, Tarcisio Bertone. L’Aif è tuttora guidata da un direttore vicino a monsignor Ettore Balestrero (spedito all’estero da Bergoglio) come René Brülhart che percepisce 30mila euro al mese più 5 mila di spese forfetarie, più le note spese, e risiede a Roma solitamente tre giorni alla settimana, mentre il lavoro viene svolto dal suo braccio destro Tommaso Di Ruzza, genero di Antonio Fazio, ex governatore di Bankitalia.

Brülhart, l’uomo che si rifiuta di rispondere alle Dogane italiane, nonostante lo stipendio poco coerente con il nuovo corso francescano e nonostante un potenziale conflitto di interessi (è amministratore di due società estere che non si sa bene cosa facciano) sarà l’uomo decisivo della delegazione del Vaticano alla sessione di Moneyval, l’organismo antiriciclaggio che da lunedì a Strasburgo farà l’esame alla Santa Sede. La scelta di Brülhart di non consegnare i 3669 nomi dei cittadini italiani o stranieri che hanno evaso il loro obbligo di dichiarazione alla Dogana italiana nel 2011-2012, non sarà certo un bel biglietto da visita. In base al decreto 195 del 2008, tutti i soggetti che trasportano verso l’Italia più di 10 mila euro devono comunicarlo ai funzionari delle dogane. Le sanzioni arrivano fino al 50 per cento dell’importo trasferito senza dichiarazione transfrontaliera.

L’Agenzia auspica che il memorandum firmato il 26 luglio tra l’Aif vaticana e l’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia possa migliorare la situazione. Oggi nessuno rispetta la legge. Tanto che ieri nella risposta all’interrogazione il ministero ha parlato dei controlli più stringenti che stanno per essere adottati alla frontiera tra Italia e Vaticano. L’Agenzia delle dogane “facendo seguito a un’informativa del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza – spiega il ministero – ravvisa l’opportunità di un’attivazione di misure di attenzione nei confronti di tali movimentazioni da attuare sul territorio adiacente i punti di entrata e di uscita con lo Stato del Vaticano, attesa l’assenza di barriere fisiche e di uffici di confine tra i due Stati”.

SCUDO VATICANO

Silvia Chimenti del M5S ieri in Parlamento ha lanciato un appello al papa: “Il ministero dell’Economia conferma in pieno i nostri sospetti: c’è un disallineamento totale tra il numero di dichiarazioni in entrata e in uscita tra Vaticano e Italia. A questo punto rivolgiamo un appello a papa Francesco che ha già dimostrato la sua volontà di voltare pagina e di improntare il suo pontificato alla massima trasparenza. Chiediamo al pontefice che si adoperi affinché l’Aif fornisca alla nostra Agenzia delle dogane i 1700 nominativi di potenziali evasori che nel 2012 hanno fatto viaggiare indisturbati denaro sporco tra Italia e Vaticano. In questo elenco, vogliamo sottolinearlo, sarebbero stati presenti anche i 456 mila euro di monsignor Scarano: se le autorità italiane ne fossero in possesso, le indagini sarebbero notevolmente facilitate. Il database dell’Aif potrebbe essere girato in pochi minuti alla Dogana o all’Agenzia delle Entrate: con un gesto così semplice il Vaticano fornirebbe un apporto decisivo alla lotta al riciclaggio”.

Da Il Fatto Quotidiano del 7 dicembre 2013

Ior, la minaccia del Vaticano

http://www.lettera43.it/economia/finanza/ior-la-minaccia-del-vaticano_4367585224.htm

VERSO IL CONCLAVE

Ior, la minaccia del Vaticano

Proposta choc dei porporati stranieri: sciogliere l’istituto. E cancellare i segreti della Chiesa.

ior, veduta aerea del vaticano(© imagoeconomica) Una veduta aerea di Piazza San Pietro.

L’idea choc viene dai porporati stranieri: fare a meno dell’Istituto per le opere di religione (Ior) per far scomparire migliaia di conti riservati. E un bel numero di segreti.

A decidere il futuro dello Ior, però, è il papa e quindi il destino della banca vaticana è nelle mani del successo di Benedetto XVI che alle 20 di giovedì 28 febbraio si appresta a lasciare la Santa sede con destinazione Castel Gandolfo.

Lo Ior, secondo quanto svelato dal quotidiano La Repubblica, è indicato come uno dei temi più importanti da affrontare nelle cosiddette Congregazioni generali, le giornate di discussioni sul futuro della Chiesa e sul nuovo pontefice che sono in agenda dal 1 marzo.

SCANDALI E RIFORMA DELLA CURIA. Ma non c’è solo la banca del Vaticano tra gli argomenti in programma. Di estrema attualità anche l’evangelizzazione all’estero (il 2013 è l’anno della fede), la riforma della Curia (Joseph Ratzinger ha ammesso di non essere riuscito a rivoluzionare) e poi ci sono gli scandali che hanno segnato indelebilmente il pontificato di Bendetto XVI.

Eppure il nodo più importante è quello dello Ior. E il suo possibile scioglimento.

CORDATA GUIDATA DA SCHOENBORN. A sponsorizzare l’idea di chiudere l’istituto vaticano è un gruppo di cardinali, irritati da tempo per la gestione dello Ior, considerato come uno dei protagonisti per i danni dell’immagine della Santa sede a livello internazionale.

A farsi portavoce del malcontento è l’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn, considerato un conservatore illuminato e indicato da molti come possibile successore di Ratzinger, di cui è stato allievo.

Il porporato potrebbe essere quindi in grado di riunire intorno a sé una serie di eminenze, in gran parte straniere, pronte a schierarsi contro la gestione ‘italiana’ dello Ior, ovvero il segretario di Stato Tarcisio Bertone e il suo predecessore Angelo Sodano. E non importa che Benedetto XVI abbia appena confermato Ernst Von Freyberg (manager tedesco) al vertice dell’istituto dopo l’uscita di scena di Ettore Gotti Tedeschi.

ACCORDO CON BANCA STRANIERA. Tuttavia, in caso di scioglimento dello Ior, i cardinali dovrebbero pensare a un’alternativa credibile. Da qui l’idea di un accordo con una banca straniera.

L’istituto vaticano, infatti, è considerato come una fonte continua di problemi per la Santa sede: dallo scandalo Enimont, al crac dell’Ambrosiano. E poi la presenza di personaggi come Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus, che ha presieduto lo Ior per 18 anni.

La banca, nata nel 1942 per volere di Pio XII, è stata quindi spesso criticata sia per la sua gestione spregiudicata sia per i suoi numerosi privilegi. Si racconta infatti, che quando Giovanni Paolo II, dopo lo scandalo Calvi, chiese la lista dei correntisti dello Ior, si sentì rispondere che non era possibile violare la riservatezza dei clienti.

Lunedì, 25 Febbraio 2013

Pedofilia, Vatileaks, Ior, gli scandali in Vaticano

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2013/02/11/Pedofilia-Vatileaks-Ior-scandali-Vaticano-_8229251.html

Pedofilia, Vatileaks, Ior, gli scandali in Vaticano

I casi difficili degli otto anni di pontificato

11 febbraio, 18:26

appartamenti papali

 

ROMA – Otto anni difficili, attraversati da una profonda crisi della Chiesa e da rapporti complicati all’interno del Vaticano. Papa Benedetto XVI durante il pontificato ha visto e affrontato scandali senza precedenti: la pedofilia, i cosiddetti ‘Vatileaks’, le accuse allo Ior. Gli abusi sui bambini da parte dei prelati sono un vero e proprio ‘tornado’ fin dall’inizio. Rivelazioni da parte di uomini della chiesa, soprattutto negli Stati Uniti, erano partite già prima dell’arrivo di Papa Ratzinger, nell’aprile del 2005, al soglio pontificio ma negli anni successivi lo scandalo si ingigantisce e anche in America Latina e in Europa, soprattutto in Irlanda, emergono i crimini commessi da sacerdoti troppo spesso coperti dalla gerarchia.

Gli attacchi da parte della stampa di tutto il mondo sono all’ordine del giorno e nell’ottobre del 2006 il Papa parla degli abusi sessuali commessi dal clero come di “crimini enormi” e raccomanda di “stabilire sempre la verità” e “portare sostegno alle vittime”. Nel 2010 a Malta decide di incontrare personalmente alcune vittime, chiede loro scusa a nome della chiesa e, come raccontano gli stessi protagonisti, piange per l’emozione.

Un altro ‘ciclone’ che investe il pontificato di Papa Benedetto XVI è quello dello Ior, la banca del Vaticano, ciclicamente al centro di scandali e irregolarità. Nel 2010 arrivano le accuse di violazione delle norme antiriciclaggio: a guidare l’Istituto per le Opere di Religione è Ettore Gotti Tedeschi, persona di fiducia del Papa. L’inchiesta è ancora in corso quando la Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, ‘sfiducia’ il presidente nel frattempo sottoposto a sequestri di documenti e interrogatori da parte di varie Procure. Lui, il banchiere che era così vicino al Papa, viene mandato via con modalità che non hanno precedenti all’interno della mura leonine. E senza precedenti è anche lo scandalo ‘vatileaks’ dello scorso anno. Dall’appartamento del Papa spariscono documenti privati. Carte, spesso anche quelle molto personali, che finiscono in un libro e poi su tutti i giornali. E se la giustizia trova la persona da condannare, il maggiordomo Paolo Gabriele al quale il Papa comunque concede la grazia, la vicenda lascia trapelare tutte le tensioni, gli intrighi di Curia e i veleni che circolano Oltretevere.

 

Norme antiriciclaggio: è la santa sede a imporre le sue condizioni all’Italia

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Norme antiriciclaggio: è la santa sede a imporre le sue condizioni all’Italia

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In un documento riservato, il rifiuto del Vaticano a dare informazioni allo Stato per le vicende antecedenti al primo aprile 2011, ovvero da quando è entrato in vigore il nuovo organismo per la trasparenza finanziaria voluto da Papa Benedetto XVI

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Il documento riservato sulla nuova strategia del Vaticano in tema di trasparenza finanziaria

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Il Vaticano sta prendendo per il naso da mesi la giustizia e la Banca d’Italia. Il Governo Monti dovrebbe fare la voce grossa e ottenere il rispetto degli impegni assunti in materia di antiriciclaggio, ma c’è un piccolo particolare: il ministro della Giustizia, che dovrebbe essere in prima linea in questa battaglia, è stato l’avvocato del presidente della banca vaticana (lo IOR) Ettore Gotti Tedeschi. La linea del Vaticano in questa materia non corrisponde affatto alle promesse di trasparenza contrabbandate in pubblico. Lo dimostra un documento che Il Fatto pubblica in esclusiva (leggi).

Si intitola “Memo sui rapporti IOR-AIF” ed è un documento ‘confidenziale’ e ‘riservato’ circolato negli uffici del Papa e della Segreteria di Stato e annotato a penna da una mano che – secondo gli esperti di cose Vaticane – potrebbe essere quella di monsignor Georg Ganswein, il segretario di Benedetto XVI. E’ stato scritto da un personaggio molto in alto che si può permettere di sottoporre la sua analisi ai vertici del Vaticano. Al di là di chi sia l’autore, il ‘memo’ dimostra che il Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente dello AIF, l’autorità di controllo antiriciclaggio, Attilio Nicora e i vertici dello IOR sono tutti a conoscenza della linea sul fronte antiriciclaggio che si può sintetizzare così: non si deve collaborare con la giustizia italiana per tutto quello che è successo allo IOR fino all’aprile 2011.

Il ‘Memo’, come dimostrano le note appuntate a penna dalla segreteria del Santo Padre, è stato “Discusso con SER (Sua Eminenza Reverendissima) il Cardinale Bertone il 3 novembre” 2011. L’autore della nota, favorevole a una maggiore apertura verso Bankitalia e le Procure, aggiunge: Bertone “si è trovato d’accordo sulle mie considerazioni! Incontrerà SER il cardinale Attilio Nicora (Presidente dell’AIF) e il direttore AIF (Francesco Ndr) De Pasquale“. Il memo, così annotato, è stato poi girato, al presidente dello IOR e al direttore dell’AIF. Basta scorrere il testo per capire la rilevanza della partita in gioco: “Dall’entrata in vigore della legge vaticana anti-riciclaggio, avvenuta il primo aprile 2011, si sono tenuti numerosi incontri tra lo IOR e l’AIF (Autorità creata dalla nuova legge del Vaticano, ndr), rivolti da una parte a dimostrare alla nuova Autorità le iniziative intraprese per l’adeguamento delle procedure interne alle misure introdotte dalla legge….”

In questa prima parte il memo ripercorre la vicenda del mutamento della normativa antiriciclaggio, intervenuto sotto la spinta dell’indagine della Procura di Roma. Il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi – a settembre del 2010 – avevano sequestrato 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dal conto dello IOR presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milioni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni) e aveva indagato il presidente IOR, Ettore Gotti Tedeschi e il direttore Cipriani. Secondo i pm, lo IOR si era rifiutato di dire “le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmente davano esecuzioni alle operazioni”. Cioé chi era il reale proprietario dei soldi.

Dalle indagini della Guardia di Finanza emergeva un quadro inquietante: lo IOR mescolava sul suo conto al Credito Artigiano i 15 milioni di euro provenienti dalla CEI, e frutto dell’8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti diversi. Non solo: da altre operazioni emergeva che lo IOR funzionava come una fiduciaria e i suoi conti erano stati usati per schermare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi.

Di fronte a un simile scenario, i pm romani si erano opposti al dissequestro dei 23 milioni di euro nonostante le dotte motivazioni dell’avvocato del presidente dello IOR, il professor Paola Severino. Il ministro ora ha lasciato lo studio e si è cancellato dall’Albo, anche se non ha comunicato alla Procura chi la sostituirà nella difesa di Gotti Tedeschi. A sbloccare la situazione comunque non fu l’avvocato Severino ma il Papa in persona. Con una Lettera Apostolica per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario il 30 dicembre 2010, Benedetto XVI ha istituito l’Autorità di informazione finanziaria (AIF), per il contrasto del riciclaggio. I pm romani motivarono così il loro parere favorevole al dissequestro nel maggio 2011: “L’AIF ha già iniziato una collaborazione con l’UIF fornendo informazioni adeguate su di un’operazione intercorsa tra IOR e istituti italiani e oggetto di attenzione”.

Peccato che, un minuto dopo essere rientrato in possesso dei suoi 23 milioni, lo IOR ha cambiato completamente atteggiamento. Tanto che in Procura non si nasconde il disappunto per quel dissequestro “sulla fiducia”. Ora si scopre che la giravolta vaticana è una scelta consapevole delle gerarchie, come spiega lo stesso ‘memo’ discusso dai cardinali Nicora e Bertone e dallo stesso Gotti Tedeschi. “L’AIF (….) ha inoltrato allo IOR alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l’Istituto, cui quest’ultimo ha corrisposto, consentendo tra l’altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (….) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell’Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell’AIF – relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari – fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti. Nel corso dell’ultimo incontro tra IOR e AlF del 19 ottobre u. s. tale posizione è stata sostenuta dall’Avv. Michele Briamonte (dello studio Grande Stevens, ndr), sulla base di un generale principio di irretroattività della legge, per il quale le misure introdotte dalla legge antiriciclaggio, (….) non possono valere che per l’avvenire”.

Questa linea interpretativa, ovviamente, ostacola enormemente il lavoro degli investigatori italiani e l’Aif ne è consapevole tanto che, come si evince dal memo, ha ribadito “il proprio diritto/dovere ad accedere a tutti i dati e le informazioni in possesso dello IOR (…) motivando tale posizione con argomentazioni attinenti alla lettera e alla ratio della legge, al rispetto degli standard internazionali cui la Santa Sede ha aderito, allo svuotamento dell’effettività della disciplina appena introdotta, al rischio di una valutazione negativa dell’organismo internazionale chiamato a esaminare il sistema Vaticano di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo”. Purtroppo l’operazione trasparenza era solo uno specchietto per le allodole. Nel frattempo il Vaticano ha spostato la sua operatività dalle banche italiane alla JP Morgan, soprattutto a Francoforte. La banca americana ha però un solo sportello (non accessibile alla clientela comune) a Milano, che è già finito, da quello che risulta al Fatto, nel mirino dell’attività ispettiva della Banca d’Italia. E così il 25 gennaio è stato pubblicato un decreto pontificio che ha ratificato tre convenzioni contro il riciclaggio. Sembra ci sia anche un articolo sull’obbligo di “adeguata verifica” prima del fatidico primo aprile. In Procura però stavolta non si fidano.

Norme antiriciclaggio: Ior, ecco le carte che inchiodano il Vaticano sulla trasparenza

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Riproponiamo un articolo de “il fatto quotidiano” di qualche mese fa per rifare, a posteriori, il quadro nella logica della “trasparenza” dello IOR, trasparenza che il vaticano non cerca e non vuole perchè verrebbero alla luce tutti i crimini commessi nel nome del suo vero dio: il DENARO.

PRESTO VEDREMO LA FINE DI QUESTO IPOCRITA SISTEMA CHE MANTIENE IL MONDO IN IGNORANZA E POVERTÀ, ANCORA POCHI GIORNI E VEDREMO IL FUMO DEL SUO INCENDIO CHE, DI FATTO, SI STA GIÀ SOLLEVANDO.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/ior-colpo-di-spugna-sullantiricilaggio/191297/

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Norme antiriciclaggio: Ior, ecco le carte che inchiodano il Vaticano sulla trasparenza

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In una lettera il cardinale Nicora, capo dell’Autorità di Informazione Finanziaria della Santa Sede, lancia l’allarme: “Con la nostra ultima legge facciamo un passo indietro e resteremo un paradiso fiscale”. Il documento inviato a Gotti Tedeschi e alla Segreteria di Stato

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Monsignor Attilio Nicora

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Altro che trasparenza, altro che collaborazione, altro che volontà di fornire tutte le informzioni a chi indaga. Il Vaticano non ha alcuna intenzione di attuare gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali (MONEYVAL) e non ha alcuna intenzione di permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e italiane di guardare cosa è accaduto nei conti dello IOR prima dell’aprile 2011.

A scriverlo nero su bianco sono le due massime autorità in materia dentro le mura leonine: il cardinale Attilio Nicora (ex presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e ora presidente dell’Autorità di Informazione Finanziaria del Vaticano, l’AIF) e il professor Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale della Città del Vaticano.

Il Fatto Quotidiano è entrato in possesso di due documenti riservati, da loro redatti, che raccontano qual è, al di là dei comunicati della sala stampa, la vera politica della Santa Sede sul fronte antiriciclaggio. Una politica che nei fatti somiglia a quella di uno dei tanti paradisi fiscali del mondo. Il primo documento è firmato dal presidente del Tribunale Vaticano Giuseppe Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, professore di diritto e magnifico rettore della Lumsa (Libera Università MAria Ss Assunta) oltre che membro del consiglio direttivo dell’AIF. Si tratta di un parere legale richiesto dalla Segreteria di Stato alla massima autorità consultiva in materia giuridica nel Vaticano. In pratica il cardinale Tarcisio Bertone chiedeva a Dalla Torre di stabilire quale fosse la giusta interpretazione da dare alla nuova normativa antiriciclaggio introdotta da Papa Benedetto XVI nel dicembre del 2010 ed entrata in vigore nell’aprile scorso.

Come Il Fatto ha raccontato, nel Vaticano si erano distinte due linee diverse: la prima, sostenuta dal direttore generale dell’AIF, l’avvocato Francesco De Pasquale, puntava a spingere la banca vaticana, lo IOR, a collaborare con le autorità antiriciclaggio interne (AIF) e a fornire tutte le informazioni richieste dalla giustizia italiana, anche sui fatti precedenti all’aprile del 2011. La seconda linea, sostenuta invece dall’avvocato Michele Briamonte dello studio Grande Stevens di Torino, invece sosteneva che l’AIF non avesse quei poteri di ispezione sui movimenti bancari precedenti all’aprile del 2011.

Ovviamente la lotta di potere tra AIF e IOR, la disputa tra De Pasquale e Briamonte, aveva un riverbero immediato nei rapporti tra Stati. Solo se avesse vinto la linea “collaborativa” dell’AIF le autorità giudiziarie e bancarie italiane sarebbero state in grado di mettere il naso (tramite il cavallo di Troia dell’AIF) nei segreti dello IOR. Altrimenti le indagini italiane in corso si sarebbero arenate.

Il Fatto aveva pubblicato il 31 gennaio scorso un documento riservato (“Memo Ior-AIF”)dal quale si comprendeva che stava vincendo la linea “non collaborativa” e che il presidente dello IOR e dell’AIF avevano tentato di coinvolgere il Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il segretario del Papa, George Gaenswein, per convincere il Governo Vaticano a collaborare con l’autorità giudiziaria italiana. Sul memo si leggeva: “L’AIF (….) ha inoltrato allo Ior alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l’Istituto, cui quest’ultimo ha corrisposto, consentendo tra l’altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Procura di Roma (….) Ultimamente, tuttavia la Direzione dell’Istituto ha ritenuto di riscontrare le richieste dell’Aif – relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari – fornendo informazioni soltanto su operazioni effettuate dal primo aprile 2011 in avanti”. Quando quel documento rivelato dal Fatto era stato ripubblicato 8 giorni dopo da La7 in tv, la Santa Sede aveva finalmente emanato un comunicato per smentire che il Vaticano non intendesse fornire informazioni bancarie sui movimenti precedenti all’aprile del 2011. “Non emerge la resistenza dello IOR a collaborare in caso di indagini o procedimenti penali su fatti precedenti al primo aprile 2011″.

Il parere di Dalla Torre dimostra il contrario e spiega perché i magistrati della Procura di Roma non stanno ricevendo le informazioni né per via di rogatoria, come raccontato in tv dal pm Luca Tescaroli, né tramite l’AIF, come è successo nel caso dei pm Nello Rossi e Stefano Fava che indagano il presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi e il direttore generale Cipriani per violazione delle norme in materia di antiriciclaggio. Il parere di Dalla Torre dimostra che si tratta di una scelta voluta. Alla domanda di Bertone, se lo IOR debba rispondere all’AIF anche per le operazioni avvenute prima dell’aprile del 2011, la risposta del presidente del Tribunale è infatti un no tondo: la legge “non permette all’AIF l’accesso alle operazioni e ai rapporti intercorsi prima dell’entrata in vigore della legge”.

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Esattamente l’opposto di quanto affermato nel comunicato della sala stampa della Santa Sede del 9 febbraio. Il parere di Dalla Torre risale al 15 ottobre del 2011 e delinea la linea che poi sarà attuata nel decreto del Presidente del Governatorato Vaticano del 25 gennaio scorso. Il decreto dell’arcivescovo Bertello, priva l’AIF dei poteri di ispezione, rimessi a successivi regolamenti da emanare. Con la conseguenza che le indagini bancarie e giudiziarie dello Stato italiano in materia si fermeranno.

Il senso di questa scelta è spiegato dal secondo documento, firmato dal presidente dell’AIF, il Cardinale Attilio Nicora. E’ una lettera del presidente dell’AIF del 12 gennaio 2012, trasmessa il giorno dopo dall’avvocato De Pasquale dell’AIF per mail al presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi e precedentemente inviata al Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Questo documento, che pubblicheremo integralmente domani, è la dimostrazione che lo Stato Vaticano ha scelto di fare retromarcia, dopo l’approvazione della legge del dicembre del 2011 che ha rappresentato certamente un primo importante passo verso l’apertura alla trasparenza bancaria.

Peccato che come segnala Nicora in neretto: “Non va trascurato l’aspetto attinente ai profili di opportunità verso l’esterno e al rischio reputazionale a cui può andare incontro la Santa Sede”. Insomma, l’AIF – l’Autorità antiriclaggio diretta dall’avvocato Francesco De Pasquale e presieduta dal cardinale Attilio Nicora – è oggi poco più che uno specchietto per le allodole, privata dei poteri. Un’Autorità depotenziata che ha perso la sua guerra con la linea di chiusura sposata dal segretario di Stato Bertone, perché evidentemente si era mostrata troppo collaborativa con le autorità italiane.

Questo passo indietro sulla strada del Vaticano per uscire dalla “lista grigia” dei paesi poco affidabili dal punto di vista fiscale e finanziario, è segnalato proprio dal cardinale Attilio Nicora quando si vede sottoporre la prima bozza del decreto (poi pubblicato il 25 gennaio) il 9 gennaio.

Una bozza che al Fatto risulta essere stata modificata solo leggermente e che non è stata invece toccata ed è divenuta un decreto per la parte che più contava: la drastica riduzione dei poteri dell’AIF di ispezione nei conti dello IOR. La battaglia non è definitivamente conclusa. Il decreto deve essere convertito entro 90 giorni. Il Governo italiano e l’Unione Europea hanno tempo fino alla fine di aprile per fare pressione sullo Stato del Vaticano perché torni sui suoi passi.

Non sembra però che né il premier Mario Monti né i partiti si interessino particolarmente alla questione.

da Il Fatto Quotidiano del 15 febbraio 2012

Il memoriale choc di Gotti Tedeschi: “Se mi ammazzano cercate queste carte”

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fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/07/il-memoriale-choc-di-gotti-tedeschi-se-mi-ammazzano-cercate-queste-carte/255566/

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Il memoriale choc di Gotti Tedeschi: “Se mi ammazzano cercate queste carte”

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L’ex presidente della banca vaticana temeva di essere ucciso e aveva preparato – come polizza sulla vita – un memoriale sui i segreti dello IOR e lo aveva consegnato a due amici fidati. Nel corso della perquisizione della casa del banchiere

 

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Ettore Gotti Tedeschi temeva di essere ucciso e aveva preparato – come polizza sulla vita – un memoriale sui i segreti dello IOR. L’ex presidente della cosiddetta banca vaticana, dal settembre 2009 al maggio 2012, aveva consegnato un paio di esemplari del dossier agli amici più fidati, con una postilla a voce: “Se mi ammazzano, qui dentro c’è la ragione della mia morte”. Martedì scorso, una copia del dossier sullo IOR è stata trovata dagli uomini del capitano Pietro Raiola Pescarini, il comandante del Nucleo Operativo del NOE, quando i Carabinieri dell’ambiente hanno perquisito l’abitazione di Gotti su delega della Procura di Napoli.

Proprio per approfondire il contenuto del dossier sullo IOR ieri sono decollati alla volta di Milano i vertici della Procura di Roma. I quattro pm, Giuseppe Pignatone e Nello Rossi di Roma, Henry J. Woodcock e Vincenzo Piscitelli di Napoli, hanno interrogato per tre ore e mezza l’ex presidente dello IOR, visibilmente impressionato dalle informazioni raccolte dagli investigatori, anche grazie alle intercettazioni.

Padre Georg e Bertone


I pm sono in possesso persino di conversazioni che riguardano il segretario del Papa,Georg Ganswein e il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, su argomenti delicatissimi. Inoltre a casa di Gotti Tedeschi sono stati trovati una serie di dossier su personaggi importanti che potrebbero avere avuto rapporti con il banchiere e con lo IOR. Centinaia di pagine che sono state fotocopiate, nome per nome, dossier per dossier, e consegnate ai pm romani.

Al termine di questo primo interrogatorio, che si è tenuto nella caserma del NOE immersa nel verde di via Pasuvio, alla periferia di Milano, concluso alle 18 anche per la stanchezza di Gotti Tedeschi, i magistrati si sono aggiornati a nuovi separati appuntamenti con il banchiere nella veste di indagato a Roma e di testimone a Napoli. I pm di Roma hanno preso le carte attinenti alla loro indagine sulla violazione formale delle norme antiriciclaggio da parte dello IOR che sonnecchiava da un anno e mezzo, dopo il dissequestro di 23 milioni dello IOR, e che sembrava destinata all’archiviazione, per Ettore Gotti Tedeschi.

La svolta è arrivata dopo le perquisizioni ordinate all’insaputa della Procura di Roma che indagava sullo IOR dal 2010. Dopo l’interrogatorio di martedì condotto dai pm di Napoli (che dovrebbero indagare su Finmeccanica) era montata una certa “sorpresa” dei titolari dell’inchiesta romana, il procuratore aggiunto Nello Rossi e il sostituto Stefano Rocco Fava.

Una serie di telefonate tra due magistrati di grande esperienza come il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il reggente della Procura di Napoli, Alessandro Pennasilico, avevano stemperato gli animi. Martedì sera è stato organizzato un interrogatorio congiunto di Gotti Tedeschi nella veste di indagato alla presenza del suo avvocato. Le carte trovate a casa di Gotti sono considerate di grande rilievo investigativo. Non capita tutti i giorni che un procuratore capo di Roma, per di più protetto con il massimo grado di allerta per le sue inchieste a Palermo e Reggio, si sposti in aereo dalla sera alla mattina. E non capita tutti i giorni che si faccia accompagnare dal comandante del Noe dei Carabinieri, il colonnello Sergio De Caprio, alias Ultimo.

Così (insieme con Nello Rossi) il procuratore che ha arrestato Provenzano e il carabiniere che ha messo i ceppi a Riina, sono volati a Milano per interrogare, non Matteo Messina Denaro, ma l’ex banchiere del Papa.

L’odore dei soldi


Un risultato inatteso dell’azione dei pm partenopei Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio che ex ante cercavano le prove del riciclaggio della presunta mazzetta da 10 milioni di euro, in ipotesi girata dal presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi alla Lega Nord e a Cl in occasione della vendita da 560 milioni di 12 elicotteri della controllata Agusta-Westland, al Governo Indiano. Le carte sullo IOR sono emerse a sorpresa inseguendo questa mega-tangente, negata dai protagonisti, che per ora esiste solo nei racconti dell’ex direttore centrale Finmeccanica Lorenzo Borgogni.

Indagando su Orsi, i pm napoletani si sono imbattuti nei primi mesi dell’anno nel suo amico Gotti Tedeschi che proprio in quel momento era al centro di uno scontro di potere epocale all’interno del Vaticano. Se Orsi confidava a Gotti Tedeschi i suoi problemi con le inchieste giudiziarie, l’amico banchiere aveva problemi ben maggiori all’interno del Vaticano. Nelle sue lunghe conversazioni di questi giorni con gli amici Gotti Tedeschi aveva confidato di avere scoperto in Vaticano cose di cui aver paura.

Stimava sempre il Papa ma si fidava ormai di pochissime persone Oltretevere, come il presidente dell’AIF, l’Autorità Antiriciclaggio con la quale aveva cercato di fare sponda per aprire gli archivi segreti dello IOR, il Cardinale Attilio Nicora.

E poi il segretario del Papa George Ganswein, al quale cercava di spiegare perché la linea del segretario di stato Tarcisio Bertone, contraria ad aprire all’autorità giudiziaria italiana i segreti dei conti IOR, fosse miope e sbagliata. “Se seguiamo la linea di Bertone, non usciremo mai dalla black list”, spiegava ai suoi interlocutori Gotti Tedeschi, aggiungendo che forse era proprio quello che volevano i cardinali. Perché così potevano continuare a nascondere la verità alle autorità italiane.

La sensazione è che Gotti Tedeschi nella contesa dello IOR, almeno da quanto emerso dagli atti di indagine dei magistrati napoletani, abbia svolto un ruolo positivo, opponendosi alle lobby contrarie alla trasparenza. E forse anche per questo temeva per la sua vita.

La scorta


Si potrebbe pensare a un eccesso di preoccupazione dettata dallo stress se non fosse per i precedenti sinistri. Gotti Tedeschi era soprannominato “il banchiere del Papa” e temeva di fare la fine del “banchiere di Dio”: Roberto Calvi, ucciso e impiccato con una messinscena al ponte dei Frati neri di Londra. Negli ultimi mesi Gotti Tedeschi aveva assoldato una scorta privata e si era rivolto a un’agenzia di investigazione per avere protezione. Sapeva bene però che i vigilantes non rappresentavano per lui una garanzia di sopravvivenza. La sua polizza sulla vita erano le carte che aveva maneggiato, i segreti che custodiva. Per questa ragione aveva stilato il memoriale. Non immaginava però che sarebbe finito nelle mani della giustizia italiana.

da Il Fatto Quotidiano del 7 giugno 2012

Caso Seppia, Zanardi denuncia tre vescovi

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http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2012/05/24/APrzNBaC-denuncia_vescovi_zanardi.shtml#axzz1vnmPvp7z

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GENOVA 24 maggio 2012

Caso Seppia, Zanardi denuncia tre vescovi

m. gra.

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Genova – Un esposto di trentatre pagine che chiama in causa l’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, e i suoi due predecessori, Tarcisio Bertone e Dionigi Tettamanzi. Lo ha presentato in Procura Francesco Zanardi, portavoce della rete “L’abuso”, sul caso di don Riccardo Seppia, l’ex parroco di Sestri Ponente arrestato e condannato a nove anni e mezzo per violenza sessuale su minore, tentata induzione alla prostituzione minorile e offerte di droga. Zanardi chiede alla Procura di verificare se i tre arcivescovi fossero a conoscenza dei comportamenti del parroco e, nel caso, perché non abbiano fatto nulla per evitarli.

«Anche se nelle linee guida sugli abusi sessuali dei preti sui minori la Conferenza episcopale italiana ha stabilito che per i vescovi non ci sarà obbligo di denuncia in quanto non sono pubblici ufficiali – dice Zanardi – deve pur valere l’articolo 40 del codice penale dove si dice che non impedire un reato di cui si è a conoscenza equivale a cagionarlo».

Secondo Zanardi, che da anni si batte contro gli abusi dei preti nella diocesi di Savona, «è legittimo ipotizzare che anche i vescovi di Genova fossero a conoscenza, attraverso le annotazioni nel suo fascicolo personale, delle perversioni di Riccardo Seppia». Nell’esposto si chiede anche di chiarire la visita fatta dal cardinale Bagnasco al prete in carcere: «Perché ha ottenuto il permesso di vederlo se il magistrato gli vietava di ricevere visite?».

Il giudice Roberta Bossi, intanto, ha respinto la richiesta del legale dell’ex sacerdote, Paolo Bonanni, di far scontare la pena in una comunità terapeutica perché il prete sarebbe malato e bisognoso di cure. Don Seppia resta pertanto rinchiuso nella sezione “protetta” del carcere sanremese riservata ai detenuti per reati sessuali.

Leggi l’articolo completo: Caso Seppia, Zanardi denuncia tre vescovi | Liguria | Genova | Il SecoloXIX

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Esposto di accertamento nei confronti dei Cardinali; Dionigi Tettamanzi, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco

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Comunicato stampa della Rete L’Abuso del 24 maggio 2012

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Esposto di accertamento nei confronti dei Cardinali: Dionigi  Tettamanzi, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco.

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Rendiamo noto che Rete L’ABUSO ha depositato questa mattina 24/05/2012 per mano del portavoce Francesco Zanardi, un esposto presso la Procura della Repubblica di Genova.

L’accertamento che chiediamo alla Procura di Genova è conseguenza diretta del provvedimento emesso dal GIP Fiorenza Giorgi della Procura di Savona lo scorso 8 maggio (Allegato 1), nei confronti dell’ex vescovo di Savona, ora a Cremona, Dante Lafranconi.

Il provvedimento di cui sopra è indubbiamente da considerarsi storico per l’Italia e potrebbe portare la maggior parte di vescovi italiani a dover rispondere di probabili omissioni e favoreggiamenti nei confronti di preti pedofili a danni di minori. L’accusa incardinata dalla Procura di Savona non è di molto differente da quella che ha portato, già nel 2004, l’allora Cardinale Ratzinger davanti ai giudici degli Stati Uniti, la stessa che ha portato molti Cardinali, anche in Europa a dover rendere conto alla legge laica di analoghe omissioni.

Nell’esposto (Allegato 2) diretto all’attuale Vescovo di Genova, Cardinal Angelo Bagnasco, vengono sottolineate diverse dichiarazioni rilasciate dai sacerdoti genovesi e riferite direttamente al caso di don Riccardo Seppia.

La prima è quella rilasciata da don Schiappacasse durante la trasmissione Matrix, che vide ospiti nel marzo scorso proprio il portavoce de L’ABUSO Francesco Zanardi, l’avvocato di Seppia, Don Di Noto, e tre vaticanisti. In quella circostanza il sacerdote dichiarava  ai mezzi di informazione di essersi reso conto delle tendenze pedofile del Seppia e di averle denunciate già parecchi anni prima all’allora vescovo di Genova.

E’ verosimile quindi che i Cardinali Tettamanzi, Bertone e l’attuale Arcivescovo di Genova, Bagnasco siano stati, come nel caso savonese, al corrente delle tendenze pedofile del Seppia ma che abbiano scelto di non intervenire a scapito delle vittime e quindi a tutela della chiesa.

Altre ipotesi che proverebbero questa modalità di non intervento e che emergono da altre testimonianze, uscite anche sui giornali e mai smentite dal clero, coinvolgerebbero come persona informata sui fatti anche il Vescovo di Albenga Mario Olivieri.

In questo caso, grazie al provvedimento del GIP di Savona Fiorenza Giorgi, graverebbe anche qui la responsabilità stabilita dal secondo comma dell’art.40 del codice penale secondo il quale “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.”

Un’ulteriore verifica che viene chiesta alla Procura di Genova riguarda la notizia appresa dalla stampa: mentre Riccardo Seppia si trovava in carcere ed era in stato di isolamento, ha ricevuto la visita del vescovo Angelo Bagnasco il quale è riuscito ad incontrare Seppia nonostante il divieto di visite disposto dal Magistrato.

L’avvocato Carla Corsetti del foro di Frosinone, difensore dell’associazione, ipotizza che alla luce di questo importante precedente creatosi a Savona, anche la Procura della Repubblica di Genova interverrà doverosamente effettuando quanto meno le stesse indagini, procedendo all’acquisizione della medesima documentazione prelevata dalla procura nella Diocesi di Savona-Noli anche nell’Arcidiocesi di Genova.

Nel fascicolo depositato oggi alla procura di Genova abbiamo ritenuto doveroso allegare le linee guida (Allegato 3) divulgate pochi giorni fa, ai fini di un eventuale esame che potrebbe dimostrare la volontà della CEI in merito a quanto già sottolineato nel provvedimento savonese  (Allegato 1 pagina 6 da riga 14).

Rete L’ABUSO, tramite gli associati sul territorio italiano sta provvedendo a divulgare quanto più è possibile alle magistrature, studi legali e associazioni, il provvedimento prodotto dalla Procura di Savona l’8 maggio scorso, fondamentale informazione oggi applicabile anche in Italia, di utilità giuridica per i procedimenti in materia di pedofilia clericale attualmente aperti o non ancora prescritti nel nostro paese.

Non possiamo tenere conto solo del profilo penale ma anche del fatto che, in questo caso, esiste un dovere morale e di tutela non solo verso coloro che hanno già subito abusi da preti pedofili e ai quali la chiesa nega qualunque tipo di supporto, venendo indubbiamente meno al civile dovere di responsabilità ma anche di prevenzione e di garanzia che i vescovi DEVONO dare ai minori e alle famiglie che li affidano alle parrocchie italiane.

Le arroganti ed incivili linee guida diffuse dalla CEI (solo in Italia ed improponibili nel resto di paesi europei colpiti dalla pedofilia clericale) sostanzialmente non cambiano dalla Crimen Sollicitationis (Allegato 4), non contengono alcun riferimento alla tutela delle vittime ma sono volte solo alla tutela dell’immagine della chiesa che si riconferma priorità rispetto alla salute dei minori: i vescovi si autoeleggono protettori dei pedofili, negando qualunque tipo di garanzia;

1)      Nessun obbligo di denuncia 2) Nessuna apertura degli archivi vaticani e diocesani dei casi di preti criminali 3) Nessun risarcimento alle vittime e nessun sostegno 4) Nessuna collaborazione attiva e spontanea, ma solo il non ostacolo alla legge  5) Nessuna chiusura dei luoghi di allevamento dei preti pedofili e abusatori sessuali (seminari)  6) Nessun automatismo sulla espulsione dei preti macchiatisi di crimini sessuali  7) Nessuna indagine e rimozione delle cause della pedofilia clericale.

C’è n’è abbastanza per chiarire che le linee guida sono lo strumento della CEI a protezione dei loro adepti e per soffocare lo scandalo. La parola d’ordine per i vescovi sarà: omertà. Di fronte a questa posizione della CEI insorgono anche le associazioni cattoliche, che la condannano pienamente.

Sempre allo scopo di informazione e tutela preventiva nei confronti dei minori affidati al clero, Rete L’ABUSO ha cominciato (attualmente su Cremona e Savona) a divulgare tramite le inserzioni sponsorizzate di Facebook il provvedimento del’8 maggio, allo scopo di farlo conoscere quale strumento che eventuali vittime possono utilizzare in sede penale.

Ma è anche importante che si conoscano i meccanismi utilizzati dalla chiesa per coprire gli abusi. A questo scopo abbiamo utilizzato la documentazione, prelevata in curia dalla magistratura, riguardante il caso di Savona, che spiega come la chiesa è riuscita a coprire (malgrado fosse al corrente e preoccupata delle tendenze pedofile di Giraudo dall’anno stesso in cui prese i voti) per ben 32 anni un conclamato pedofilo senza mai denunciarlo, fino a che la magistratura non è intervenuta.

Francesco Zanardi

Prtavoce Rete L’ABUSO

cell. 3927030000

retelabuso.blogspot.it

www.crimesandthevatican.eu

Vatileaks: estratti dal riassunto di Leggo.it

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http://www.leggo.it/news/politica/arrestato_il_maggiordomo_del_papa_si_e_scontrato_con_un_potente_foto/notizie/181120.shtml

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Vatileaks: estratti dal riassunto di Leggo.it

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Domenica 27 Maggio 2012 – 11:51

ROMA - Finita la «istruttoria sommaria» su di lui, Paolo Gabriele «ha nominato due avvocati di sua fiducia, abilitati ad agire presso il Tribunale vaticano, e ha avuto la possibilità di incontrarli». Lo ha dichiarato padre Federico Lombardi, precisando che in Vaticano non esiste il “fermo” e Gabriele è «detenuto».

Uno dei due legali, a quanto apprende l’Adnkronos, sarebbe Carlo Fusco, avvocato rotale e docente di diritto canonico alla Pontificia Università Urbaniana. Non è pubblico l’altro nome. L’arresto di Paolo Gabriele, ha ancora riferito padre Lombardi, è avvenuto nella serata di giovedì scorso, sul tardi.

Il detenuto è «cittadino vaticano», la sua abitazione, dove sono stati rinvenuti i documenti, è in «territorio vaticano». «Attualmente la magistratura ha contestato a Paolo Gabriele semplicemente il reato di furto aggravato. Siamo ad uno stadio molto iniziale del procedimento penale, perciò le quantificazioni di pene gravissime avanzate da alcune testate non hanno ragione di essere».

Lo ha detto il portavoce vaticano, padre Lombardi che, interrogato in proposito, ha risposto così sulle ipotesi di reato contestate finora all’aiutante di camera del Papa Benedetto XVI, arrestato perchè in possesso di documenti segreti. Sulla stampa circolavano invece formulazioni d’accusa come la violazione della corrispondenza di un capo di Stato e quindi l’attentato alla sicurezza dello Stato, reato che prevede una pena fino a 30 anni di carcere, ma che finora la magistratura vaticana non ha contestato a Gabriele.

GABRIELE NON CONFESSA Nessuna ammissione finora da parte di Paolo Gabriele, l’aiutante di camera del Papa arrestato. Secondo quanto apprende l’ANSA da fonti bene informate, Gabriele è sempre rimasto in silenzio durante gli interrogatori cui è stato sottoposto nell’ambito dell’istruttoria sommaria svolta finora.

Provato, chiuso in un profondo silenzio e assorto in preghiera. Così viene descritto da fonti ben informate Paolo Gabriele, il ‘maggiordomò del Papa, ora detenuto in una camera di sicurezza del Vaticano con l’accusa di aver diffuso documenti riservati. Il calvario personale di Gabriele sarebbe cominciato già mercoledì quando nel pomeriggio, alla presenza sua, della moglie e dei figli, sono cominciate le perquisizioni della Gendarmeria nell’appartamento in Vaticano dove vive la famiglia Gabriele e i primi interrogatori degli investigatori nell’ambito dell’istruttoria sommaria. Profondamente provato, Gabriele in queste ore di detenzione in una camera di quattro metri per quattro, si affida – dicono le fonti – ad una intensa preghiera.

LA RIVELAZIONE DEL CONFESSORE Il padre spirituale di Paolo Gabriele, il presunto ‘corvo’ arrestato ieri in Vaticano, scende in campo per difenderlo. Lo fa in forma anonima, in un colloquio con ‘la Stampa’. «Conosco Paolo da tanti anni – spiega il confessore – e se fossero dimostrate le accuse a suo carico davvero d’ora in avanti non ci sarebbe da fidarsi più di nessuno». «L’ho seguito spiritulamente – spiega ancora il padre spirituale – e posso testimoniare di avere sempre trovato una persona innamorata della Chiesa, e molto devoto al Papa, prima a Giovanni Paolo II e ora a Benedetto XVI». Racconta però il presule: «ricordo che raccogliendo le confidenze di tanti in Vaticano ad un certo punto aveva finito per scontrarsi con qualcuno di molto potente qui…».

GOTTI TEDESCHI: ZITTO PER IL PAPA Le notizie in Vaticano si rincorrono l’una all’altra, e oggi la ribalta è occupata dall’arresto del cameriere del Papa come presunto «corvo» nella vicenda delle fughe di documenti, ma la caduta di Ettore Gotti Tedeschi dalla poltrona di presidente dello Ior conserva tutta la sua dirompenza.

Tanto più che lo stesso Gotti Tedeschi, oltre che per asserite gravi carenze nella governance della «banca» vaticana, è stato sfiduciato dal board proprio con l’accusa di aver fatto filtrare all’esterno notizie riservate del Vaticano.

Oggi al vertice dell’Istituto Opere di religione è subentrato, come avviene in questi casi, il vice presidente Ronaldo Hermann Schmitz, 74 anni anni il prossimo 30 ottobre, tedesco nato a Porto Alegre (Brasile), ex ad della Deutsche Bank.

Il subentro è stato ratificato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone e composta dagli altri porporati Telesphore Placidus Toppo, Odilo Pedro Scherer, Jean-Louis Tauran, Attilio Nicora. È l’organo che ha in capo il potere decisionale allo Ior e che ha adottato formalmente la «sfiducia» di Gotti Tedeschi votata ieri all’unanimità dal Consiglio di Sovrintendenza.

All’ormai ex presidente è stato addebitato di «non aver svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio». Ma fuori dall’ufficialità, all’ex «banchiere del Papa» è stato anche rimproverato un ruolo nella vicenda Vatileaks. «Non voglio dire nulla per ora – ha detto stamane Gotti Tedeschi, a poche ore dal suo siluramento – perchè sono ancora dibattuto tra l’ansia di spiegare la verità e non voler turbare il Santo Padre con dette spiegazioni». «Il mio amore per il Papa oggi prevale su ogni altro sentimento, persino di difesa della mia reputazione che vilmente viene messa in discussione», ha aggiunto con una coda particolarmente velenosa.

Bisognerà vedere ora quale sarà la scelta che i vertici vaticani faranno sul futuro assetto della presidenza Ior. Se cioè lasceranno Schmitz a capo del Consiglio di Sovrintendenza, cooptando un nuovo membro dall’esterno, oppure se prevarrà la volontà di imprimere una svolta con l’arrivo di un nuovo presidente. L’uscita di scena di Gotti Tedeschi, economista che peraltro ha potuto vantare sentimenti di forte stima da parte di Benedetto XVI, apre un nuovo periodo di transizione per la «banca» vaticana, in una fase in cui è ancora aperta l’attuazione delle nuove normative anti-riciclaggio, sotto esame da parte del gruppo MoneyVal per l’ammissione o meno della Santa Sede nella «white list» dei Paesi virtuosi.

Una questione su cui si sono innestati attriti all’interno delle mura vaticane, già alimentati da vicende come l’inchiesta giudiziaria che ha interessato lo Ior e poi anche la questione del San Raffaele, dove non è passato il progetto del card. Bertone di creare un grande «polo» ospedaliero facente capo al Vaticano. 

LE INDAGINI SULLE ALTRE TALPE Il Vaticano mantiene il più stretto riserbo sulle indagini che riguardano l’assistente di camera Paolo Gabriele, fermato e interrogato in merito alla trafugazione di documenti riservati.

Secondo quanto apprende l’Adnkronos da fonti vaticane, le indagini stanno andando comunque avanti, il procurato dei giustizia – una sorta di pubblico ministero vaticano – l’avvocato Nicola Picardi proseguirà il lavoro di indagine sulla fuga di notizie che non si esaurisce con il fermo del cameriere del Papa.

In ogni caso Paolo Gabriele è stato trovato effettivamente in possesso di documenti che non doveva avere e c’è il sospetto che possa averli diffusi all’esterno, ma questa circostanza ancora è oggetto delle indagini. D’altro canto fra le numerose carte uscite in questi mesi dai sacri palazzi, molte non sembrano aver a che fare direttamente con l’Appartamento del Papa, sono comunicazioni interne fra cardinali e lati funzionari, il che lascia aperta la porta all’ipotesi dell’esistenza di più talpe, una possibilità che non è stata scartata e anzi è oggetto di indagine.

In quanto a Gabriele, è certo che possedeva documenti «che non doveva avere», tuttavia bisognerà verificare se è stato lui a passarli o in che modo questo sia avvenuto. Ci sarà un processo che seguirà le norme della legge vaticana. L’assistente di Camera di Ratzinger, segue il Papa nei viaggi, ha accesso all’appartamento, svolge le commissioni che gli vengono date, ed è uno dei pochi che può accedere regolarmente alle stanze private di Benedetto XVI.

Ha svolto in passato servizio presso La prefettura della Casa pontificia guidata dall’americano James Harvey e dal 2006 lavora a stretto contatto con il Pontefice. Rischia naturalmente di perdere il posto di lavoro; in quanto al fermo va considerato che in Vaticano non ci sono prigioni e questo ha più il carattere di una misura cautelare che si dovrebbe esaurire nelle prossime ore


“TRE GRADI DI GIUDIZIO” Il presunto ‘corvo’ Paolo Gabriele sarà sottoposto a tre gradi di giudizio. Come qualsiasi cittadino accusato di un delitto. «Sarà il tribunale apostolico a giudicarlo dal momento che il reato del quale è accusato si è consumato in Vaticano », spiega don Davide Scito, docente di Diritto Canonico all’università Pontificia Santa Croce. L’ ‘aiutante di camera della famiglia pontificia è sospettato di essere, dalla Gendarmeria vaticana, il ‘corvo’ della Santa Sede. L’uomo è ora a disposizione del promotore di giustizia vaticano, Nicola Picardi. «Erano secoli che non si arrestava qualcuno in Vaticano», annota ancora il presule.


Spifferi vaticani, la guerra continua

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http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=162112

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Scoop del Fatto quotidiano

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Spifferi vaticani, la guerra continua

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Roma, 28-02-2012

“Sul Toniolo il Santo Padre intende procedere a un rinnovamento, in connessione col quale Vostra Eminenza e’ sollevata da questo oneroso incarico”. E’ il passaggio centrale di una lettera “riservata-personale” che il Segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, inviava il 24 marzo 2011 al card. Dionigi Tettamanzi, allora arcivescovo di Milano, con cui gli comunicava il termine del suo incarico come presidente dell’Istituto Toniolo, a cui fanno capo importanti istituzioni, dal Gemelli e dall’Universita’ Cattolica.

Così non è stato, visto che Tettamanzi presiede tuttora il Toniolo. La vicenda legata al tentativo di rimuovere Tettamanzi era gia’ emersa nei mesi scorsi, ma non il testo delle lettere di Bertone né quello della risposta che Tettamanzi ha inviato al Papa due giorni dopo, il 26 marzo. A pubblicarle è Il Fatto Quotidiano, che fornisce anche copia delle due missive.

“L’impegno di Vostra Eminenza a servizio dell’Istituto Toniolo si è protratto ben oltre il tempo originariamente previsto”, scrive Bertone, indicando poi il suo successore, Giovanni Maria Flick, aggiungendo che “questa Segreteria di Stato ha già informato il Prof. Flick, ottenendone il consenso”.

Tettamanzi replica a questa missiva, giuntagli via fax, scrivendo direttamente al Papa e sottolineando come nel testo di Bertone “tutte queste sanzioni sono direttamente ricondotte all’esplicito volere di Vostra Santità, cui lo scritto fa continuamente riferimento”. Circostanza che “ben conoscendo la mitezza di carattere e delicatezza di tratto di Vostra Santità” fa sorgere in Tettamanzi “profonda perplessità rispetto all’ultima missiva ricevuta e a quanto viene attribuito direttamente alla Sua persona”. In un passaggio, Tettamanzi scrive di Flick: “Annoto a margine che il candidato, sul cui profilo gravano non poche perplessità, sorprendentemente è già stato avvisato della cosa da parte della Segreteria di Stato”.



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